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Il buio del Macbeth tra le ombre di Buti

BUTI – Dario Marconcini non è Michael Fassbender. Meno male. Giovanna Daddi non è Marion Cotillard. Meno male. Il “Macbeth”, definito e autodichiarato “Mini” (ma non manca niente, né le atmosfere cupe, né la sostanza, né la cura dei passaggi psicologici all'interno del dramma shakespeariano), ci pone davanti agli occhi i due futuri Re di Scozia invecchiati nei corpi (ci ricordano gli anziani Romeo e Giulietta della prima parte nella trasposizione ammirevole di qualche anno fa di Federico Tiezzi) sempre freschi ed agili e flessibili, dei direttori del Teatro di Buti, in un'operazione senza tempo che ritorna infinita nella carne, che rievoca sembianze e spoglie, odori e struggenti malinconiche visioni. Messo in scena quindici anni fa, ha ancora, e sempre più forse, una carica distruttiva e suadente, acida e affascinante che ti spinge nelle spire segrete e nascoste, nelle piaghe purulente, nelle pieghe ombrose, nei meandri reconditi dei nostri incubi e sogni malcelati. “Ci sono due grandi tragedie nella vita. La prima è desiderare ciò che non si può avere, la seconda è ottenerla”, sentenziava Oscar Wilde, cinico ma pur sempre rigoroso nel delineare le derive del carattere umano.
Un tavolo solido e dalle gambe forti coperto di foglie secche fa da unione e ponte levatoio come da varco e vincolo ma anche distanza e passaggio, mano tesa aspettando quella dell'altro e allontanamento, spazio, lunghezza e incapacità, condivisione e lacerazione. I piccoli ammennicoli e componenti, le ciotole da incendiarci dentro lettere e ordini indicibili, martelletti da suoni gravi e campanelle acute in uno spazio scenico a stretto contatto portano a fare della platea (siamo in quaranta sul palco) gli astanti e attoniti cavalieri e dame, principi e baroni del regno, pericolosamente traballanti naufraghi nelle onde dei cambiamenti umorali del Re, assorbito e prostrato dalle sue stesse azioni, dal Male che lo ha prima pervaso e adesso fagocitato. E' un re dinoccolato e depresso questo che incarna con voracità Marconcini, nel suo maglione largo e lungo che sa di campo di battaglia marrone fango e paludi e sabbie mobili dell'anima, un re ramingo che cerca appoggio e soluzioni, approdo dentro il riparo di questa regina-madre, porto dove tutto scorre, tra onde di sangue, ma placidamente.
Salgono e scendono dal tavolo con grazia e disinvoltura l'erotica e lussuriosa Daddi, ora strega sulla sua scopa volante, e Marconcini, Pinocchio che felicemente si fa manovrare dal suo burattinaio, in un vortice di amore e perdizione, di sudditanza e disperato bisogno dell'altro, come serpenti si avvinghiano per amarsi e mordersi, mente e braccio sono una perfetta e organizzata macchina da guerra, caterpillar verso la realizzazione del loro sogno, nell'inscindibile intruglio tra sesso e potere. Ci richiamano vicende più spicciole della nostra cronaca nefasta recente, da Erika ed Omar a Novi Ligure fino a Olindo e Rosa di Erba.
E' un teatro povero il loro, ancestrale come la maschera che arriva direttamente da Bali, vicino e consunto come cuoio poroso nel quale senti la frange e le ruvidezze, lo scorrere dei polpastrelli sul granuloso, un teatro fatto di mistero e fitto di ombre che si ammassano sui teli bianchi intorno e si affacciano a mostrarci i denti e a sondare i nostri buchi neri, a cercare rima con le nostre possibilità, incertezze, prese di coscienza.
Sopra e sotto il tavolo è un gioco leggero e scenicamente felice a rincorrersi, a prendersi, attrazione e repulsione, caldo e freddo ad elastico che prima si tende e poi, per forza, ritorna, rientra, si ritira per poi riaprirsi. Lady Macbeth lucida, molto Cleopatra, qui è ancora di più incantatrice di serpi, macchinatrice che ordisce subdola, cucina dubbi e ripensamenti, scalcia e fa slalom tra i chiaro scuri delle voci di dentro. La cura nei dettagli: i piccoli fuochi accesi ci fanno sentire il freddo interiore che non scaldi con nessun ceppo ardente in un impianto che regala sempre l'incertezza delle fiamme e delle foglie che potrebbe avvampare da un attimo all'altro; e la corona di mattone cotto, salda e fragile allo stesso tempo, come il manipolo di cavalieri per riprendersi la corona e fare giustizia, un presepe che ci conduce al Teatrino Giullare di “Finale di partita” o ai pupi di Mimmo Cuticchio, o infine ai cinquecento guerrieri cinesi di terracotta di Qin Shi Huang, per arrivare alla fisica e materica traduzione di Andrea Taddei che illumina la partitura con la sua scorrevolezza, il suo fluido vitale, brindando all'energia e all'efficacia della parola detta contro la pomposità vuota.
Questo “Minimacbeth” dovrebbe essere riproposto ogni anno, e con una tiratura più lunga, e non ogni quindici, per l'intensità, la forza, il respiro, le aperture che da una parte continuano a donarci Macbeth e la nera consorte, dall'altra per la compiutezza, l'artigianalità, lo sguardo penetrante e feroce di Marconcini e Daddi, quella voglia sfrenata di mordere il teatro come una mela, senza sputare il torsolo.

Visto al Teatro Francesco di Bartolo, Buti (Pisa), il 12 marzo 2016.

Tommaso Chimenti 14/03/2016

Foto: Giulia Focardi

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