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"Ifigenia in Tauride": "Santa Estasi" di Antonio Latella online su ERTonAIR

Buio in scena. Dall’oscurità, un contorno di donna: è Ifigenia, nuda e accovacciata, che mano a mano, con un’abluzione quasi rituale, strofina e lava ogni parte del corpo, come volesse cancellare con l’acqua l’eredità criminosa della sua genia, per poi tornare a indossare i suoi abiti. Così si apre l’Ifigenia in Tauride, penultimo degli «otto ritratti di famiglia» che compongono il polittico Santa Estasi, dedicato agli Atridi e diretto da Antonio Latella. Nel testo euripideo i personaggi sono marionette manovrate dalla Tyche, che presenta già dalla radice una minacciosa inevitabilità, di fronte alla quale persino gli dei perdono consistenza, ingabbiati dentro i loro capricci e le assurde pretese. Il bandolo della matassa sembra potersi rintracciare solo grazie agli insperati colpi di una sorte ballerina: un’improvvisa agnizione o un contorto scioglimento, pericolosamente simile a un lieto fine (già presenti, in filigrana, i dispositivi narrativi che saranno propri della commedia menandrea). L'adattamento di Silvia Rigon sembra esasperare gli spunti demistificanti, mentre sceglie di allargare il discorso entro un più ampio quadro epistemologico, riassumibile nella scelta di sostituire la statua di Artemide con un cannocchiale. Il setting è il regno della Tauride, un altrove arcaico e misterioso dove si consumano sacrifici umani. Contrappasso dei contrappassi, alla povera Ifigenia scampata per un pelo a un destino abominevole, è toccato in sorte il compito di preparare le vittime straniere dei sacrifici.

Con l’entrata in scena del re Toante (Leonardo Lidi) si inaugura la parte più prettamente concettuale e filosofica dello spettacolo: gli attori sono granitici, nella postura del corpo quanto nelle prese di posizione, e si affrontano in uno scontro dialettico senza uscita. «La mia ambizione è sempre stata quella di sottoporre questa terra alle leggi del cosmo» afferma Toante, che è più scienziato che tiranno, pronto a contrapporre al nervosismo di Ifigenia (Federica Rosellini) la pacatezza dell’erudito: la fronte distesa di lui contro gli occhi arroventati di lei, portatori di quel genere di follia che deriva dall’aver contemplato troppo da vicino la verità dell’esistenza. Toante usa un lessico galileiano: oggetto dei suoi studi, dove Artemide resta poco più che un espediente, è il libro della natura, che è scritto, secondo Galileo, in «lingua matematica»: chi non ne sa interpretare i caratteri si aggira «vanamente per un oscuro laberinto». Un’oscurità che solo la scienza può rischiarare, con una metafora che anticipa le premesse dell’Illuminismo settecentesco.

Ifigenia, dal canto suo, è bersagliata da istanze contrapposte. Il passato è per lei pieno di ferite aperte, ma è pur sempre il suo passato, quel segmento di vita da cui proviene e a cui appartiene: «vorrei tornare a essere ciò che mi è successo». Ghermita dalla nostalgia, la ragazza è ripresa da Toante: non possiamo tornare indietro, e se anche potessimo, non torneremmo noi stessi. Ma il servizio che svolge nel nome di Artemide la mette alla prova fin dentro alle viscere: «Cosa cerchiamo?» chiede Ifigenia, che anziché indagare le anatomie dei corpi senza vita, è spinta a chiedersi: «io chi sono?». Ipse mihi magna quaestio, avrebbe scritto Agostino da Ippona. Ifigenia non può concepire il corpo come un semplice strumento di studio, né esercitare su di esso una muta indifferenza; non può farlo per via della sua storia: «al momento del sacrificio io anniento l’altra persona per il mio scopo». Quali sono dunque i limiti della scienza? Tutt’oggi questa domanda rimane dibattuta, quando non inevasa. Sarebbe ingenuo credere in un progresso immune dai grovigli del potere: una verità assoluta non solo non esiste, ma è anche foriera di pericoli, perché le uniche verità pensabili sono quelle che si danno in relazione alle altre, in un contesto dove tutto è materia viva, anche le parole. Così Ifigenia mette in guardia Toante: «penso che il tuo linguaggio perderà, perché è basato sullo studio del corpo morto […]: tu hai trasformato la bellezza in un oggetto per poterla descrivere». Ifigenia conosce le derive disumane che può prendere la logica di Toante: «Tutti i sistemi di potere si nutrono di discorsi per essere concreti. Mio padre mi ha sacrificata in Aulide in nome di quei discorsi». Nel cuore della ragazza non c’è però solo nostalgia: vive in lei, ormai, il radicamento nel nuovo mondo e l’affidamento «comodo» ad una nuova guida.

Con l’ingresso del mandriano (Ludovico Fededegni), la storia si rimpolpa di tinte tragicomiche: quasi uscito dagli spalti di una tifoseria, al grido di «Viva Tauride, abbasso Grecia!», il bifolco vernacolare rivela la cattura di due stranieri, pronti a mobilitare con un nuovo ritmo, dinamico e scomposto, l’azione del dramma, che dal confronto titanico della prima parte vira ora verso un incalzare di inseguimenti fisici e verbali. Gli stranieri sono Pilade (Andrea Sorrentino) e Oreste, un Christian La Rosa nevrotico, iperattivo e furfantesco, ancora perseguitato dalle invisibili Erinni, che fa il verso ad Apollo e scappa in lungo e in largo attraverso gli spazi del palcoscenico, gridando e sbattendo porte. I due prigionieri vengono affidati a Ifigenia, che deve predisporli al sacrificio: è con un dialogo senza esclusione di colpi che i due fratelli si fanno strada verso l’agognata agnizione, mimata come una scena da commedia e pronta a sfociare in un’acchiapparella, quasi un “gioco da ragazzi”.

Una tragedia strana l’Ifigenia in Tauride, dove non trovano posto delitti efferati. Con un furto, invece, si conclude la storia: Ifigenia, Oreste e Pilade orchestrano un piano per rubare il simulacro di Artemide (il cannocchiale). Toante, lungi dall’opporsi alla scelta di Ifigenia, la asseconda con un grido di rassegnazione, lasciando nelle sue mani un gravoso fardello: «Perpetuerai la violenza per mantenere il potere, con la speranza di riportare la luce». Con un ultimo sguardo al marchingegno, il re assiste all’«estinzione» di tutti, fino a una paradossale inversione dei ruoli: «Dove tu vedi progresso» - dice a Ifigenia - «io vedo solo un cumulo di macerie che cresce sempre di più». Palesatasi la morte degli dei, il cannocchiale si rivela per quello che è: instrumentum regni, oltre che di conoscenza. Ifigenia lo sa, e sa anche che «solo con gli strumenti giusti» è possibile far «risorgere la casa dei padri». Sull’euforia del ricongiungimento si proietta un’ombra sinistra: i tre giovani torneranno a casa col bottino, ma che chance ha un sogno che voglia rigenerare una stirpe senza redenzione? A chiusura dello spazio scenico e narrativo interviene Toante, come a dire che la tragedia non è altro che un cerchio chiuso, dove la risoluzione di un conflitto è solo la premessa per il successivo: nella dimensione incatenata del mito la storia si ripete sempre, e l’ultimo sguardo gettato da Toante all’interno di un forno ci riporta al banchetto cannibalico da cui tutto ha avuto inizio.

Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia è nato nel 2016 dal Corso di Alta Formazione che Antonio Latella ha condotto per Emilia Romagna Teatro Fondazione dirigendo sedici attori e sette drammaturghi, ed è divenuto un vero e proprio caso teatrale. Dal 23 maggio, ogni giorno alle ore 18.00 sarà online un nuovo capitolo, sulla pagina ufficiale del teatro, fino a domenica 31 maggio, data in cui sarà possibile assistere agli otto spettacoli in forma di maratona dalle ore 15.00. I video, a cura di Lucio Fiorentino, rimarranno disponibili nella pagina ERTonAIR fino al 30 giugno.

 

Maria Giulia Petrini

01/06/2020

Credits photo: Brunella Giolivo

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