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“I suoceri albanesi” e i pregiudizi dell’Italia borghese

Cosa vuol dire oggi essere di Sinistra? I partiti che si definiscono tali ogni giorno si riempiono la bocca con principi encomiabili. La lotta a qualsiasi forma di discriminazione, il rispetto del prossimo, delle sue idee, della sua cultura, l’apertura al dialogo e al confronto sono temi che ripetutamente vengono veicolati come slogan da rappresentanti politici locali e nazionali. Ma cosa succede se quei principi si trovano con le spalle al muro e da semplici parole, ormai quasi prive di significato, devono trasformarsi in fatti?
L’irrisolto e sempre attuale conflitto tra il dire e il fare viene messo in scena dal regista Claudio Boccaccini con la commedia “I suoceri albanesi. Due borghesi piccoli piccoli”. In scena al teatro Sala Umberto di Roma (dove resteràSuocerialbanesi3 fino al 19 febbraio) dopo una passata stagione fertile, il testo di Gianni Clementi si mostra ancora estremamente capace di raccontare l’intricato mondo politico e sociale italiano, con leggerezza, comicità e un’immancabile approccio riflessivo. Sul palco una coppia di borghesi, sulla cinquantina, Lucio e Ginevra, interpretati dagli ottimi Francesco Pannofino e Emanuela Rossi, alle prese con le crisi adolescenziali della figlia Camilla, una sedicenne in conflitto con il mondo, capace di creare una tragedia anche solo per una semplice piastra per i capelli rotta. Lucio, consigliere comunale progressista, e Ginevra, chef di cucina molecolare, quotidianamente conducono una vita incentrata sul fantomatico e astratto concetto del “politically correct”, ma nei fatti si dimostrano per quello che sono veramente: due borghesi, talmente presi da loro stessi, dalle proprie comodità, dallo stile di vita conquistato, che distrattamente guardano la figlia e i suoi bizzarri tentativi di imporsi nel mondo. Come una bambina capricciosa Camilla cerca di attirare le attenzioni dei genitori, ma loro sono troppo presi a ostentare la loro capacità di dialogare e aprirsi agli altri, dimenticando la propria figlia e giustificando ogni suo comportamento con la frase “Sono fragili i giovani”. A mettere in crisi il cristallizzato mondo della tranquilla famiglia borghese ci pensano però due albanesi. Chiamata per riparare il bagno, la coppia di operai mette a nudo tutti i pregiudizi, che anche due irreprensibili sinistroidi come Lucio e Ginevra tengono nascosti nella loro parte più intima.
Il duo Pannofino-Rossi – che ci ricorda una versione contemporanea della coppia Sandra e Raimondo - crea delle situazioni comiche a cui è impossibile restare impassibili. Attraverso le battute esilaranti, la mimica enfatica dell’attore e doppiatore, la bravura della Rossi e la costruzione di scene a tratti paradossali, sul palco insieme a “I suoceri albanesi” va in scena una buona parte dell’Italia. Quella che a parole lotta contro il razzismo, sostenendo strenuamente l’integrazione, ma che poi nel momento in cui la propria figlia resta incinta di uno straniero, cambia repentinamente atteggiamento. Con il suo testo teatrale Clementi offre un’interessante spaccato sulla società contemporanea, in cui la lotta ai pregiudizi, anche quando si palesa a voce, resta ancora molto lontana dal poter essere vinta con i fatti. Tanto che, nonostante le risate, sembra inevitabile chiedersi, una volta finita la messa in scena, "cosa avrei fatto se fosse successo a me?”.

Eleonora D’Ippolito 09/02/2017

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