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I pretendenti: storia di ordinaria burocrazia

I pretendenti Accademia d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico"

Diciassette persone chiuse in una scatola rossa. Diciassette tipi umani che si incontrano, scontrano per rimuovere un uomo dal ruolo di direttore di un’associazione culturale di una cittadina della provincia. Diciassette maschere.

Valentino Villa porta al Teatro Studio “Eleonora Duse” gli allievi attori del III anno dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, dal 4 al 9 febbraio, interpretando a suo modo I pretendenti (1989) del drammaturgo francese Jean-Luc Lagarce. Scomparso prematuramente a 38 anni per il “male di fine secolo”, è attualmente l’autore più rappresentato in Francia, dopo il grande Molière.

Il teatro di Lagarce si caratterizza per la sua forte complessità linguistica, provocatoria e arguta. Villa è riuscito, grazie alla versatilità dei giovani attori costantemente in scena, ad approcciarsi con polso al drammaturgo francofono, mettendo in scena una pièce attuale e stimolante.

Una scatola rossa, una prigione carminio: ecco l’angusto luogo di ritrovo di un gruppo di borghesi, le cui coordinate spazio-temporali sono anonime. Un cubo impenetrabile e collocabile in qualsiasi provincia, francese e non. Lo spettatore diventa così spia, voyeur privilegiato della rappresentazione in miniatura dei meccanismi e degli artifizi della società borghese, di cui i vari componenti recitano una parte, formando un puzzle ipocrita e soffocante. La voce della verità emerge solamente nei corridoi laterali, grigi e asettici, dove si va per prendere aria, o per poter solamente masticare una foglia d’insalata in santa pace. Quello che si pensa realmente e viene dritto dallo stomaco o dal cuore emerge ed è illuminato solamente nel buio completo.

Coppie di mogli e mariti, amanti, arrampicatori sociali, un ubriaco che russa annoiato, padri e figli, vedove si schiacciano, si sfidano e si mentono all’interno delle quattro pareti rosso fuoco claustrofobiche.

Il giorno in cui l’ex direttore della società culturale “lascia” l’incarico è imbellettato dagli ex “secondi” con tante belle parole di convenienza, stucchevoli e intonacate fin dalla gola e concentrato in un segno, pegno della gratitudine: una misera litografia (o riproduzione di litografia, più economica?). Bello, veramente bello, ci piace molto, molto si continua a ripetere fino all’estremo, scatenando negli spettatori una risata agrodolce, arguta, che diventa sintomo di una presa di coscienza umoristica: quanto siamo dannatamente vicini a questo grottesco quadretto rappresentato con maestria da Villa e da carismatici attori.

Accumulazioni, ripetizioni e frasi frammentate rendono la riunione ancora più soffocante, pomposa e paradossalmente veritiera, specchio delle ipocrisie di certi ambienti borghesi privati e di quelle assurde riunioni, a mo’ di banchetti ufficiali, in cui si vorrebbe urlare, da cui si vorrebbe scappare, ma bisogna tacere.

Immagine cardine dell’opera è il discorso di un funzionario statale, che si posiziona in cima a una piramide spettrale di persone. Una luce rossa infernale sottolinea parole autoritarie, che cadono come spilli infuocati dall'alto. L’incarnazione di uno Stato che intimorisce, col potere dei soldi, ma che non si ricorda neanche il nome di chi gli è devoto.

Una storia di ordinaria burocrazia, mesdames et messieurs.

Camilla Giordano

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