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Huppert-Bob Wilson, duetto artistico che incanta e spiazza

FIRENZE – Sublime. La perfezione. La precisione. La Pulizia. La Grande Bellezza. Il Teatro della Pergola, che apre col botto la nuova stagione, e Firenze di rimando in un gioco di specchi, torna ad essere al centro del discorso teatrale europeo con una coproduzione che esalta la scena, l'arte attoriale come quella registica. Una grande attrice, Isabelle Huppert, che da sempre alterna cinema d'autore e palcoscenico, un immenso regista, scenografo e datore luci, Bob Wilson, uno splendido compositore, Ludovico Einaudi ed un testo, allo stesso tempo ostico, poetico, raffinato, alto e pungente, “Mary said what she said” di Darryl Pinckney, grande autore americano vivente.bob_e_isabel-780x405.jpg

E' la storia di Maria Stuarda post mortem, i suoi ricordi, la Scozia, la Francia, le quattro ancelle di nome Mary come lei, soprattutto il figlio, la prigionia. Una sola donna in scena, la magnifica Huppert che si muove come danzatrice di carillon con un controllo del corpo sopraffino, delicato, eccezionale, che dialoga con questi grandi chiaroscuri e questi abbagli di luce che fulminano. Sembra la Regina degli Scacchi, dama di porcellana dai movimenti lentissimi a danzare, roteare, spostarsi come geisha che fruscia e scorre come su un tapis roulant. La luce adesso è un'alba, una lama che taglia il fondale (orientaleggiante) orizzontalmente, quasi un tramonto post atomica, una luce biancastra, malata e queste risate di bambino che inquietano l'inizio e decantano il finale commovente.

Una Huppert-Wilson1.jpgmegaproduzione che, oltre alla Pergola, ha visto tra i finanziatori il Theatre de la Ville di Parigi, il principale, la Wiener Festwochen di Vienna, l'Internationaal Theater di Amsterdam, il Thalia Theater di Amburgo tra i coproduttori. Tutta Europa ai piedi della Huppert. La scena è vuota, lugubre, uno spazio dove non ci sono più appigli né oggetti materiali, solo il suo abito scuro e nero che fronteggia questa luce che non dà calore. E' un manichino, è una bocca beckettiana che avanza piano, con una forza da togliere il fiato Mary si riprende il campo che le hanno sottratto, il terreno che le hanno tolto da sotto i piedi. Si confronta e si scaglia, duella, dribbla e fronteggia la sua stessa voce in loop registrato. La luce dietro, alle sue spalle, da tramonto macilento si fa adesso elettroencefalogramma piatto, una linea costante ad indicare che le funzioni vitali hanno abbandonato quel corpo che però ancora inveisce eMARY-SAID-WHAT-SHE-SAID__LUCIE_JANSCH-2-700x477.gif s'impunta, indica ostinato e azzanna nella sua impotenza coloro che l'hanno arrestata, giustiziata, dimenticata.

Maria disse quel che disse: siamo davanti ad una confessione, è un togliersi i sassi dalle scarpe, è un grido, è una liberazione, finalmente, è rivoluzione, è giustizia. Come fotogrammi immobili si sposta millimetricamente, una scarpa in mano come Cenerentola e questa luce che si fa buio accompagnata dal suono macabro e metallico di una ghigliottina che seziona, separa, divide irrimediabilmente. Luci, corpo e voce, che altro. Sul grande palco della Pergola la Huppert sola non sparisce, tutt'altro, lo conquista, lo cavalca, lo domina, lo riempie con la sua figura esile, con la sua voce corposa che zittisce l'aria, che ammutolisce. La luce adesso si fa verticale come un richiamo a Dio, una scala, un ponte verso l'Alto, a cercare quella croce che salva dalle nebbie pannose e cotonate che invadono la teca dove appare marysaid_1.jpgreclusa sul fondale. Nelle ripetizioni catartiche delle frasi, come una marionetta interrotta, Isabelle/Mary infine lascia andare l'ascia di guerra e si scioglie (e noi con lei) ricordando il figlio che non ha visto crescere. Lì la voce s'incrina, il tono si rompe e la regina torna donna, torna madre, torna umana e terrena. L'Arte può risarcire la Storia.

Tommaso Chimenti 14/10/2019

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