Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

"Human": l’umanesimo di Costa e Baliani

È opinione diffusa che il viaggio sia più importante della meta, ma quando un uomo o una donna abbandonano la propria terra d'origine per cercare fortuna in un luogo lontano, la prospettiva - anche se di rado corrispondente alla realtà - cambia. Se essere rifugiato è uno status, diventare profugo è una condizione che annulla quasi l'identità personale, scavalca le regole del tempo e dello spazio, proprio come l'emigrante travalica i suoi confini.
"Human", spettacolo di Lella Costa e Marco Baliani (rimasto in scena al Teatro Argentina fino al 14 maggio), conduce l'attenzione sullo straniero seguendo due binari: uno che veicola l'essenza del nostro tempo e l'altro che, per dare una chiave di lettura al fenomeno, offre una panoramica su tutta la storia dell'umanità, tra mito, letteratura e religione.
Il progetto - espressione di un teatro civile - si materializza in una pinacoteca di situazioni e punti di vista differenti senza uno sviluppo drammaturgico lineare aggiungendo tratti di umanità ai quadri metaforicamente esposti. Nessuna human1denuncia, ma spunti di riflessione sul dovere di essere umani e di guardare al passato. Se la sacra famiglia diventa antesignana di tutte quelle costrette a emigrare, il monologo di una donna vissuta nell'800 ricorda alla casalinga intollerante del Nord che la valigia di cartone è appartenuta un po' a tutti. Tante le voci sul palco, compresa quella dei profughi a bordo dei barconi; un moderno “Nabucco” in cui i costumi di scena sono le vesti anonime finite in riva.
In un mondo che vuole ancora erigere muri, lo spettacolo sottolinea che l'incontro con l'altro disorienta, ma la scrittura non riesce a evitare la retorica proponendo conclusioni già sentite e politicamente corrette. Più efficace, invece, è l'ironia, in grado di insinuare dubbi e porre una domanda fra tutte: cosa fare per essere umani?
Marco Baliani firma la regia ribaltando il punto di vista da soggetto (europeo bianco) a oggetto (immigrato africano nero) – o meglio, da soggetto a soggetto, in quanto esseri umani. Il regista non mostra mai direttamente sulla scena i profughi, ma fa in modo che essi stessi e la loro disperazione siano sempre ben identificabili attraverso lo sguardo dell’accogliente, ritratto mentre osserva l’accolto, ora compatendolo, ora rammaricandosene. Si tratta di una visione che passa dal gelido obiettivo di una macchina fotografica ai titoli del telegiornale, dal dolore rievocato da un ricordo agli occhi di un pescatore. Lo spettacolo svela, piuttosto, il disagio insito nel mondo occidentale che si piega al perbenismo e a un’imposta solidarietà a cui siamo costretti dalla sua natura di fondamentale valore europeo. Partendo dal mito di Ero e Leandro e dalle origini della lotta e dell’odio tra razze diverse, prende poi corpo la linea drammaturgica di Baliani e Costa.
La pacatezza e la razionalità del primo contrasta con lo spirito impetuoso della seconda, che colpisce tanto per la sua intensità quanto per la sua poliedricità, riuscendo a trattare umoristicamente le piccolezze umane e la bassezza dei sentimenti comuni agli uomini. I due attori costruiscono brevi quadri scenici che si snodano tra veloci punti di vista e di riflessione; sono dei lampi che squarciano il buio di un mare in tempesta, lo stesso nel quale naufragano i profughi che, attraverso la televisione, entrano tutti i giorni nelle nostre case. Baliani e Costa compongono un collage di esperienze, ricordi diversi di un’unica storia ascoltata già troppe volte ma che porta con sé qualcosa che ci accomuna. Un teatro spietato che volge lo sguardo alla falsità dell’uomo umanizzandola al tempo stesso.

human2Una distesa di vestiti rossi e blu viene calpestata dai piedi degli attori. Così Antonio Marras ha deciso di tappezzare la scena con abiti usati e scartati, appartenenti a qualcuno di sconosciuto. Ed è proprio questa la domanda che sorge spontanea: “Chissà a chi appartenevano?”. Il pensiero torna subito all’umanità e gli indumenti, oggetti inanimati, sono tutto ciò che rimane della persona, ultima testimonianza concreta della propria appartenenza a questo mondo, un’estensione che definisce “a brandelli” l’identità e rimanda alla propria storia personale. Un mare di vestiti, stracci di diverse tonalità, più calde o più scure, diventa memore di culture diverse che si amalgamano e si stratificano riducendosi a una distesa viola, uniforme e omogenea. È l’annullamento della persona a cui, troppo spesso, si rimane indifferenti.
A prevalere è il rosso sangue, portatore di un duplice significato simbolico, sia disperazione che speranza, morte ma anche vita che scorre nelle vene. I giochi di luce, realizzati da Loïc Francois Hamelin e Tommaso Contu, creano composizioni immobili, situazioni cristallizzate in un tempo congelato e sempre valido, in cui le figure assumono una posizione plastica e scultorea. Come pennellate caravaggesche, i contrasti di luce e ombra definiscono le scene come quadri pittorici di grande intensità drammatica in cui il volto umano cerca disperatamente di emergere dall’oscurità, strepitando la propria disperazione.human3
Si viene sommersi dai vestiti – come fossero un’onda del mare – in un fondale di stracci bagnati e pieni di sabbia separati da una fessura che introduce all’abisso. Che cosa si nasconde dietro quella superficie? Se con gli squarci Lucio Fontana cercava di trapassare la tela e scavalcare i confini della pittura, allo stesso modo migliaia di persone, ogni giorno, cercano di oltrepassare la rigidità delle barriere geografiche verso una realtà altra. Uno squarcio verso un altrove diverso, forse migliore.
“Human” incrina le maschere dei personaggi per far affiorare il racconto degli attori: tutti, in un modo o nell’altro, fanno emergere il loro personale approccio a una faccenda di cui spesso ci manca la visione d’insieme. Lella Costa, da anni portavoce di Emergency, cerca nelle sue rapide trasformazioni di comunicare la voce della strada, quella che ci circonda quotidianamente. Dal registro aulico del mito fino ai dialetti di un’italiana a Ellis Island e di una casalinga veneziana, passando per la distaccata professionalità di una fotografa che cerca negli sbarchi la foto “giusta”, i monologhi dell’autrice hanno l’odore dello spirito del tempo. L’intento divulgativo è invece quello di Marco Bailani, un’istituzione del teatro di narrazione. La sua recitazione pulita ed essenziale va dritta al cuore della questione: insegnare la complessità di un dramma di cui siamo solo testimoni grazie alla fortuna di essere nati dalla parte giusta. Chi sono i migranti, invece, per le nuove generazioni? Spettatori televisivi all’ora di cena, spensierati villeggianti e pescatori in bilico tra l’eroismo e l’indifferenza, Noemi Medas, Elisa Pistis, Luigi Pusceddu, David Marzi toccano le corde del pubblico più giovane. Brasiliano, adottato appena nato, Marzi ha collaborato al copione come i compagni: “Per tutta la vita ho dovuto dimostrare di essere italiano. Human parla anche di questo”.

Silvia Natella, Roberta Leo, Flavia Mainieri, Paolo Di Marcelli 14/05/2017

Approfondimento su teatro e immigrazione: http://www.recensito.net/teatro/teatro-e-immigrazione-indagine.html

Intervista a Marco Baliani: http://www.recensito.net/rubriche/interviste/lo-sguardo-per-l%E2%80%99altro-marco-baliani-ci-parla-del-suo-ultimo-spettacolo-%E2%80%9Chuman%E2%80%9D.html

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Digital COM