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"Hosteria Hrabal": di cosa ha bisogno l'uomo? Di pane, birra e poesia

BIENTINA – “Quando io bevo penso, quando penso bevo” (François Rabelais).

Nei peggiori bar di Caracas, recitava un vecchio spot. Perché quel “peggiore”, collegato ad un luogo di consumo d'alcolici, gli dava una connotazione positiva, creava magicamente nell'immaginario un'atmosfera fumosa e di penombra, folkloristica con quel vago sentore di pericoloso che è alla base dell'imprevedibilità dell'uomo alterato che può bestemmiare o sciorinare poesia. Basta saper attendere e cogliere il momento perché le porte della percezione, socchiuse dal nettare degli dei, si spalanchino e portino gli accoliti (e qui emerge la tradizione caposselliana) verso un'altra dimensione nascosta alla borghesità, dentro un'altra bolla di sapone dove a pochi è concessa l'entrata. Certo, non bisogna soltanto bere per essere artisti ma è vero l'opposto, che molti artisti hanno avuto bisogno dell'alcool per toccare vette, e abissi, e raccontarceli con parole nuove, mai sentite, per farsi sentire l'indescrivibile, per farci entrare, per un attimo, in universi decadenti, colmi di spleen, faticosi, dove perdersi è la retta via.dsc_01162.jpg E per far questo non serve né la matematica né la prosa, solo la poesia, cruda, struggente, essenziale, può essere l'amica di lungo corso che ci accompagna (come Lucignolo con Pinocchio) sottobraccio a scavare dentro le macerie, nei meandri dei sentimenti umani, nel marcio, nel passato nostalgico iracondo come infantile, nella ricerca di quel qualcosa che non c'è per spiegare la realtà che non riusciamo più a decifrare.

La poesia come lente d'ingrandimento per meglio sopportare certe vite, e l'alcool grimaldello e piede di porco per entrare, meglio scassinare, la corteccia, la corazza di sovrastrutture che la normalità ci cuce addosso in ogni età per restare nei parametri della rispettabilità. Ecco che, in questo binomio e solco molto paludato e animato e consunto, Andrea Kaemmerle ci si è infilato con tutte le scarpe, lui amante ricambiato artisticamente da Carlo Monni (in questo poker inseriamo anche Adriano Miliani e, a scendere anagraficamente, Riccardo Goretti, perfetto interprete in egual misura dell'arte del narrare come in quella del far tardi, bevendo, mangiando e creando poesia), e prosecutore di quell'arte che nasce nelle cantine, passando per le osterie, sostando nelle trattorie, bivaccando nelle taverne e che poi sfocia nell'antica arte della decantazione, di quell'intrattenimento stimolante e mai banale, fintamente basso e popolare. Solo da un uomo avvinazzato, come dal giullare di corte secoli fa (Yorick ce lo insegna), ci si fanno dire certe cose e si è disposti ad ascoltare delle verità scomode che ci fanno sorridere sul momento ma dentro mettono in crisi lo scricchiolio delle nostre certezze tenute ferme nei silenzi, puntellate con il fare quotidiano. “Grande è la fortuna di colui che possiede una buona bottiglia, un buon libro, un buon amico”, scriveva Moliere.

Cibo, birra e poesia i perni cardine di questa cena-spettacolo sul palco del Teatro di Bientina, le porte (ritorniamo ad Huxley e ai Doors) usate come tavolacci dove viene imbandita, senza tanti convenevoli da osti burberi ma schietti (gli aiutanti Francesco Bianchi e Marco Fiorentini), un decoroso desco che ci riporta nei vecchi locali di una Praga antica: cetrioli e salame, zuppa di porri, patate, polpettone e fiumi di birra e boccali a schioccare le lingue e le dita. “Hosteria Hrabal” è un omaggio, con il pretesto delle poesie del poeta ceco, alla poesia e alle possibilità che spesso tarpiamo a noi stessi, quelle di uscire dalla nostra consueta triste “normalità” ed andare a cercarci perdendoci dentro quelle parole che rifuggiamo perché ci mettono con le spalle al muro e ci scuotono e ci chiedono perché. La poesia è così, ti chiede di farci i conti, di guardarla, guardandoti, negli occhi, e non fa sconti, non guarda il conto in banca né il tuo cognome né cosa hai fatto prima.

hrabal-3.jpgLa poesia non giudica, è feroce sì ma è la chiave per aprire la serratura di angoli che teniamo a doppia tripla mandata, laddove stanno bellezze inaudite, che ci farebbero piangere, miserie tragiche, che ci farebbero liquefare. Alle persone manca questa convivialità che si trasforma in comunità, un ammasso di persone che, come in un circolo di poeti segreti (“L'attimo fuggente”), da sconosciuti poi si lascia andare. E sarebbe interessante se, senza pedanterie e professionismi, la cosa fosse aperta anche al pubblico-cliente d'osteria che con il suo libro preferito (una cosa del genere facevano i Chille de la Balanza in una delle tante loro performance a San Salvi a Firenze) legge il passo per lui più significativo, senza gare, senza giudici, senza che nessuno vinca, o perda, niente ma soltanto per il gusto dell'incontro, di quell'attimo sospeso, su un palco di un teatro vuoto a cena con una ventina di sconosciuti, di quel tempo-parentesi che non tornerà più. Quale modo migliore quello di aprirsi, senza inutili protagonismi, con qualcuno che non rivedrai mai più?

Una formula, questa kaemmerliana, un format pronto ad essere declinato ad altre ambientazioni e in altri contesti, a trattare (con l'immenso amore che iimages.jpg tre hanno dimostrato per Hrabal) altri autori, a punteggiare con il cibo la poesia e con quest'ultima il boccone saporito da far scivolare con la schiuma alle labbra. Cibo per la pancia e per l'anima, quando questo avviene non puoi derubricarlo e ridurlo solamente con la dicitura “cena-spettacolo”. Quando questo avviene si sentono quelle piccole crepe aprirsi, quelle dalle quali si scorge una nuova luce, quegli spostamenti salutari e salvifici prima che il domani ci rimetta tutti in riga nelle nostre divise dentro il nostro nome e cognome. Alla fine aleggia ancora nell'aria la domanda senza soluzione: “A cosa servono i poeti?”. Che è come la pasoliniana “Che cosa sono le nuvole”. La risposta non c'è ma il solo pensare e riflettere e ragionare e scrivere e sognare e parlarne è un buon modo di cercarla. La poesia non è la meta ma il viaggio.

“Loro cercan là la felicità dentro a un bicchiere, per dimenticare d'esser stati presi per il sedere, ci sarà allegria anche in agonia col vino forte, porteran sul viso l'ombra di un sorriso tra le braccia della morte” ( Fabrizio De André, “La città vecchia”).

 Tommaso Chimenti 12/01/2019

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