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Hedda Gabler di Keradman: “questa passione che è gioco, questa morale che è voglia”

Non una madre, non un'amante o un'infedele, Hedda Gabler è la terra norvegese di Henrik Ibsen, nelle pupille due rigidi inverni le ibernano il petto e non lasciano una tregua alle possibilità delle emozioni.
Quando lo scrittore nato a Skien battezza il suo dramma a Monaco, la signora Gabler viene ignorata. Una donna incapace di entusiasmi non ama né conosce l'ardire del desiderio così che ogni seme in lei viene rastrellato senza attecchire, al punto che quasi non le si attribuirebbe la femminilità che porta in corpo.
È Reza Keradman il padrino che la presenta nel nome di Astra Lanz al Teatro Sala Uno di Roma, un antro mistico ricavato alla destra della scala santa, nascosto come i migliori presentimenti.Il palcoscenico di Keradman e Valeria Mangiò è un campo da cui derivare barriere plasticate, ognuna delle quali soffoca ineluttabilmente ciascuna intenzione di celarsi al pubblico, attutisce le voci degli attori riscoprendo nelle conversazioni il gusto per i toni misti. La trasparenza è lo sguardo sull'intimità del personaggio e in Hedda Gabler serve, non perché ella abbia un'interiorità che non si spogli in scena, piuttosto per le passioni indotte nella coscienza dei comprimari, necessarie al dramma quanto le sentenze seviziate di questa “donna senza qualità”. Due pistole, suo feticcio e liberazione, sono evidenti alle pareti sgombre di qualsiasi ulteriore arredo finché, ed è l'otto marzo, un mazzo di mimose non viene sfilacciato dalla noia che si porta in mano e distribuito tra gli incavi del muro – poi, giocando alla disperazione, verrà sfibrato fino allo sterminio di ogni capolino.
Si alternano tutti un divano consunto, ricorda le licenze borghesi dei due coniugi permeate di debiti con la sorte. Ci siedono Jörgen Tessman (Daniele Amendola) la signora Elvsted (Beatrice Fedi) e Ejlert Lövborg (Daniel Terranegra) mentre le luci di Hossein Taheri si modulano in capo all'assessore Brack (Michele de Marchi) che non tocca il palco se non con la voce e mantiene gravosa la sua posizione accomodato su un piedistallo, che potrebbe essere bene pure metafora per il ruolo.
Piove, più sul tetto che in scena, ed è il protrarsi di un'eco meteorologica a infarcire le parole di continuità melodica, la stessa continuità che tanto annoia la Gabler e termina nel boato del suo suicidio, che non è bercio della pistola ma tuono.

Francesca Pierri 15/03/2016

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