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“Guerrilla” o del fallimento del genere umano. El Conde de Torrefiel apre lo Short Theatre 2017

Giunto alla sua 12esima edizione, il Roma Short Theatre anche quest’anno si pone l’obiettivo di ricercare il punto di rottura, quel luogo che permetta, in un sol colpo, di guardare al passato per (ri)conoscerlo e proiettarsi verso un possibile futuro fatto di incontri-scontri, dialoghi, scambi e riflessioni. Riflettere sullo stato attuale di una società, forse quella già delineata lo scorso anno al motto di “Keep the village alive”, stritolata nell’incertezza. Proprio lo “stato”, in tutte le sue declinazioni possibili, è il faro che illumina l’intera manifestazione: perché è «iniziata una ennesima nuova epoca del mondo, […], con nuove regole, nuovi confini, nuove identità, nuove riorganizzazioni sociali, nuove relazioni, nuovi modelli di comunicazione, nuove possibilità di autorappresentazione», come scrive il direttore artistico, Fabrizio Arcuri. S’intrecceranno in questo modo – tra gli spazi del MACRO Testaccio La Pelanda e del Teatro India – molteplici realtà del vasto panorama artistico internazionale per sottoporre a indagine l’intimità, la politica, la vita, i desideri, le attese e le paure, prima di tutto, del nostro “Stato Interiore”, tentando di mostrarne la silenziosa presenza in tutto il tessuto sociale.
Risulta essere un gioco tra il dentro e il fuori, il “movimento” privato che si confonde con quello pubblico, la performance “Guerrilla” del collettivo catalano El Conde de Torrefiel che inaugura i “lavori” al teatroGuerrilla2 India – e che sarà in scena a Milano (Teatro dell’Arte) nei giorni 14 e 15 settembre. Grazie a un lavoro di ricerca che coniuga teatro, coreografia, musica e arte visuale, ci troviamo di fronte a qualcosa di stratificato, che Tanya Beyeler e Pablo Gisbert costruiscono facendosi guidare dal feedback che 80 partecipanti volontari di Roma hanno restituito loro, rispondendo a una call e fornendo materiale autobiografico. Saranno loro, infatti, ad animare tutto lo spettacolo diviso in tre sequenze – una conferenza di Angelica Liddell, una lezione di Tai Chi e un rave party – tre sessioni per mettere in scena delle considerazioni più che un’azione o una storia. Persone qualunque, che potremmo incontrare in qualsiasi luogo: ma sono lì, che prendono posto sulle sedie che affollano il palcoscenico, stanza dell’Accademia di Spagna a Roma, ammiratori o semplici curiosi pronti ad ascoltare le dissertazioni sull’arte dell’attrice e regista spagnola. E mentre l’audio si diffonde nella sala, siamo sia spettatori che osservati, messi però in una condizione di superiorità rispetto ai performer. Non ci conoscono, ma noi riusciamo a sapere qualcosa di loro grazie alle didascalie – testo dello spettacolo – che scorrono come sovratitoli su uno schermo, segni del vissuto di ognuno, nella propria storia. Sono N., T., F., J., iniziali di corpi immobili che assistono anche al racconto della Storia del Mondo, senza poter fare nulla, quegli eventi conflittuali, rievocati sempre con le didascalie: totalitarismi e persecuzioni, esecuzioni e atti terroristici diventano la coltre del tempo inesorabile che sembra sempre ri-presentarsi, quell’«odore di carne bruciata» che infetta le nostre narici instillando in noi la voglia di aprire, fosse solo per un attimo, quella porta nascosta di una stanza del benessere solo vagheggiato e impossibile da abbracciare. O forse è semplicemente perché noi stessi non vogliamo? L’emergenza, il pericolo, il dolore, è tutto davvero così inatteso? Come l’arte molto spesso – oramai quasi sempre – viene imbrigliata da logiche di mercato che come lavacro la ripuliscono di senso rendendola asettica, anche la vita perde la sua “aurea” che confida nella confortevole idea ossessiva del conflitto come unica soluzione per spiegare – o meglio giustificare – lo “stato delle cose”, quella paura diffusa. È solo pessimismo oppure la disarmante constatazione di uno status quo? Quello di una società votata al fallimento – un sentiero che ha tutta l’aria di percorrere con grande disinvoltura e familiarità – che tenta, senza crederci molto, di dare consistenza a un’illusione di miglioramento che è solo una nebulosa?
Guerrilla3Si continua così anche nella lezione di Tai Chi che, alla calma dei misurati movimenti, contrappone il tumulto amoroso di anime in pena, fino a esplodere, soprattutto acusticamente, nel rave percepito quasi come infinito nella profonda solitudine di un momento collettivo per antonomasia. È la voce, inascoltata, di ognuno dei partecipanti che sale per rendersi conto, alfine, del clima di terrore diffuso dove ogni democrazie è minata nel profondo, anche in un’ipotetica guerra del 2023 con patti stretti e accordi firmati tra le principali potenze mondiali – Russia e Cina su tutte. Questo è tutto ipotetico ci dice “Guerrilla”: ma quell’unico e vero atto che ci distingue dall’animalità prorompente, l’unico in grado davvero di farci evolvere – la riflessione – diventa e deve diventare momento indispensabile per ricercare nuove possibili relazioni e soluzioni. Purtroppo, risulta essere tutto, troppo, familiare: una situazione politica appesa al dito di un terrorista, un odio verso l’altro incomprensibile che, continuamente, allontana. Fermandoci per un sol istante, dalla Storia ne siamo sempre usciti con grande tristezza e senso di sconfitta, come se tutti gli sforzi e i tentativi per vivere siano stati vani: è il fallimento dell’essere umano nel continuo, estenuante ripetersi degli eventi, cammino ciclico in cui è necessario scoprirsi – per prima cosa, emotivamente – per controllare l’ansia e il dubbio e pensare, così, nuove forme di esistenza nel quotidiano contrastando la “guerrilla” dell’uomo, dell’anima, del senso comune del vivere.

Marco La Placa 13/09/2017

Per il programma dello Short Theatre
http://www.shorttheatre.org

foto @Claudia Pajewski

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