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Granara Festival: il teatro come parte fondante di una comunità

BORGOTARO - “Che preferisci rimanere qua nella provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita”, cantava qualche anno fa in “Coccodrilli” il Bersani cantante. Qui invece siamo a dodici chilometri dalla civiltà, da Borgotaro, immersi nel bosco, tra La Spezia e Parma, in quel cuneo che fa intersezione tra Toscana, Emilia e Liguria. Lassù sorge Granara o meglio il Villaggio Ecologico, un pugno di case in pietra e legno rimesse a posto da un gruppo di pionieri, per lo più milanesi, che cercavano all'inizio degli anni '90 un terreno vergine all'aria aperta, in campagna, in una zona incontaminata per vivere, abitare per lunghi periodi, staccare dalla città, dalla metropoli d'asfalto, smog e cemento. Qui, a fianco delle numerose attività che costellano l'esperienza di Granara (tutti fannogranara1.jpg tutto, tutti si prestano, fanno volontariato, aiutano, collaborano), è nato sedici anni fa anche un festival di teatro con laboratori annessi. Non è la classica rassegna estiva mordi e fuggi, qui si sposa l'idea di fondo, la condivisione, l'unione, la vicinanza a certe idee. Spuntano le prime trecce rasta, il falò a chiudere le serate, la colazione, il pranzo e la cena tutti insieme, i tanti bambini che giocano scalzi e polverosi e fuligginosi e dickensiani ma felici e sorridenti. Non può mancare il campo da calcio, le tende posizionate nel grande pratone pasoliniano, il tendone da circo bianco e rosso e l'insegna che la notte s'illumina.

Il villaggio è autosufficiente, c'è addirittura un biolago, una sorta di piscina, più a valle il Taro forma delle conche, delle grandi pozze dove potersi rinfrescare. Infinite farfalle bianche a perdita d'occhio svolazzano. Ad una prima occhiata potremmo definire gli strani abitanti di questa comunità “figli dei fiori” o hippie. Le cicale nel pomeriggio ammazzano qualsiasi forma dialettica umana. L'inquinamento luminoso qui non ha cittadinanza. Senza scarpe comode (meglio se hai le Birkenstock) e una torcia sei un uomo perduto, e soprattutto perso. Le querce segnano la via, il cibo è strettamente vegetariano, mentre l'acqua gassata è stata bandita. Luoghi da elfi e streghe, da lupi e fate. Dopo svariati tornanti sullo sterrato, da lasciarci la coppa dell'olio, si arriva ad un dosso dal quale si ha la panoramica del campo verde (dove nascono speranze) con lo chapiteau sul fondale di questa fotografia che riempie le retine. Granara è un'utopia che si è fatta realtà, un manipolo di persone che è cresciuto numericamente e che adesso è consolidato.

granara2.jpgIl titolo di quest'anno (dal 30 luglio al 5 agosto) è “Esposti”. Interessanti, per differenti motivi, le due pièce che siamo riusciti ad intercettare. Da una parte “Todi is a small town in the centre of Italy” di Liv Ferracchiati, lavoro ospitato anche nella scorsa Biennale Teatro, che discute e ragiona, con l'abusato metodo delle interviste a comuni cittadini per sostenere la tesi fondante del pezzo, sulla provincia, sulla grettezza del provincialismo, sul borghesume delle nostre città d'arte. Si parte dalla tesi, è palpabile, concreta, tangibile, che Todi, ma potremmo sostituire la cittadina umbra con un altro splendido paese del Belpaese, sia chiusa, bigotta, curiosa, morbosa, intellettualmente arida, culturalmente bassa, rimasta ancorata alle sue bellezze del territorio senza essersi evoluta. Esterofilia pura che, con l'andare avanti dello spettacolo, mira a picconare alla base la tradizione in nome di un'imprecisata libertà di costumi. I quattro performer, su un fondale bianco come fossero gli inquisiti de I Soliti Sospetti, raccontano la loro normalità noiosa, squallida e monotona mentre in video passano interviste a passanti che si dichiarano soddisfatti, che non abiterebbero mai da nessun'altra parte del mondo, che Todi sia unica, insostituibile, affascinante, a misura d'uomo, perfetta per le loro scarpe. E invece che cosa si vuole dimostrare? Che questa sia la patina, la carta velina mentre sotto cova il dissenso o almeno si vuol far credere che gli abitanti della città (ma è termine di paragone e metafora per l'Italia intera), a proposito si chiamano “tuderti”, siano vagamente ignoranti, che non riescano a vedere oltre la punta del proprio naso, che soprattutto si accontentino. E' il classico gioco al massacro, il vedere l'erba del vicino sempre più verde, abbattendo qualsiasi patriottismo e campanilismo, volendo che sia la globalizzazione a pareggiare le differenze e uniformare le città e i suoi abitanti. Il fatto che “tutti si conoscono” è qui visto come un punto sfavorevole e deleterio mentre viene lodatagranara3.jpg l'indifferenza delle grandi metropoli dove il silenzio e la solitudine inglobano tutto e tutti. Todi, ma ripeto l'Italia cattolica e tradizionalista, viene tacciata di pesantezza e arretratezza chiosando con “Se fosse disabitata sarebbe un Paradiso”. Un brutto affresco italico.

Originale lo spunto che è scaturito dalla penna di Emanuele Aldrovandi, che si è solidificato nella regia di Serena Sinigaglia e ha trovato la carne di Maria Pilar Perez Aspa, del quale già vedemmo un soddisfacente estratto in occasione del “Next” del novembre scorso. Un flusso di coscienza joyciano senza filtri, senza limiti, di quest'attrice, “Isabel Green” che dà il titolo alla drammaturgia, che finalmente riesce nel sogno massimo di ogni attore: vincere l'ambito Oscar, la statuetta magica dorata che ti impone nell'Olimpo delle star. E' un doppio filo, un doppio binario, da una parte la realtà, con i ringraziamenti, dall'altra i pensieri, i dubbi, le amnesie, le titubanze non più dell'attrice ma della donna, della granara4.jpgpersona Isabel. Escono fuori le debolezze, le apparenze perfette che nascondono crepe, i rapporti non idilliaci con il figlio, le dipendenze da pillole per essere sempre perfetta e sorridente, diva irraggiungibile tra un impegno e l'altro, macchina da soldi senza tempo libero, senza interessi, senza sapere in definitiva chi è veramente. Proprio il momento che dovrebbe essere di massima felicità ed emozione è quel crack che rompe gli argini, è la goccia che fa venir giù la diga eretti in anni di duro addestramento al successo, quel successo che ti mangia, che si divora la persona in nome del personaggio pubblico. Ha le visioni e le allucinazioni e vede la se stessa piccola che sognava quella carriera, quel finale. Adesso lì sopra a quel palco è sola con le proprie paure, asserragliata e assediata su quest'isoletta deserta, immobilizzata, paralizzata dalla consapevolezza che tutto quello che aveva inseguito era finto, falso, un cartonato, una parvenza da dare in pasto ai fotografi, ai fan. La Perez Aspa dosa e calibra l'ironia con il dramma feroce, la simpatia depressa con una tristezza esistenziale profonda e atroce senza commiserazione, senza facili miserie fino al soliloquio finale, tutto interiore, confessione fatale contro gli obbiettivi da raggiungere, gli standard da rispettare, le etichette da soddisfare, i tempi assassini imposti dal tritacarne del produci, consuma, crepa, contro il consumismo del tempo, contro la ricerca del successo sociale ad ogni costo barattando la felicità con il denaro o il potere: “Siate sazi, non siate folli” ci urla, ci tocca: “Come ho fatto ad odiare così tanto la cosa che amavo di più?”. Un monito, un insegnamento a misura di Granara. Si viene qua perché i piccoli sogni diventino veri, reali, ecosostenibili, soprattutto non materiali. I sogni materiali si sciupano e non ne resta che l'amaro.

Tommaso Chimenti

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