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"Il Gabbiano" per la regia di Sciaccaluga, un quadro raffinato sulla fatica del vivere con le ali spezzate

Atto II

NAPOLI – Dei tormenti dell’animo, di volontà fragili, di sogni infranti e speranze perdute, di debolezze umane e destini infelici, di amori non ricambiati e progetti falliti: di tutto questo scrive Čechov ne Il gabbiano, pietra miliare della drammaturgia di fine Ottocento, faro a cui noti registi hanno rivolto a più riprese l’attenzione, confrontandosi col classico nel tentativo di porre nuovamente in risalto il significato originario dell’opera e, al di là della sua valenza storica, aprire un varco di riflessione sulla fatica del vivere con le ali spezzate. Questa pièce costituisce senza dubbio un documento testimoniale della società di transizione, a cavallo tra due secoli, vissuta dal drammaturgo e medico russo nonché delle rispettive generazioni che in essa convivono, ma è – prima di ogni cosa – un omaggio alla sacra arte del teatro e al piacere di composizione legato all’arte tutta.

Con questo testo memorabile si confronta, dopo il debutto nel marzo 2017 al Teatro Stabile di Genova, l’elegante regia di Marco Sciaccaluga (approdata in seguito a una lunga tournée al Teatro Mercadante dal 22 al 27 gennaio), che lo propone nella sua veste integrale (tradotta da Danilo Macrì), mutilata all’epoca dalla censura zarista e che – è ben noto – alla sua prima rappresentazione si concluse in un clamoroso fiasco. Non c’è però nell’operazione del regista genovese nessun intento strettamente filologico legato al recupero del capolavoro cechoviano, quanto più la dimostrazione di una modernità intrinseca sottesa all’allegoria del volatile bianco (che sulla spiaggia Konstja uccide presagendo la sua stessa fine). È intorno alla simbologia del gabbiano (come anche fu nella stagione romantica l’albatro per Baudelaire e Coleridge una metafora della libertà artistica) che si costruisce lo schema dei rapporti intessuti tra i personaggi, in un rincorrersi a senso unico dei sentimenti: il maestro Medvèdenko ama l’infelice Maša, innamorata persa di Konstantin Gavrilovič Treplev, letterato che corteggia l’aspirante attrice Nina, infatuata però dal successo del romanziere narcisista Trigorin, a sua volta amante della madre di Treplev, la famosa attrice Irina Nikolaevna Arkadina. Una galleria di tipi umani che, fuorché di ogni dicotomia tra buoni vs cattivi, insegue nel corso di un’insidiosa trafila tragicomica un desiderio d’amore ideale destinato a conoscere la sua propria agonia nella sconfitta.

Il ritmo incalzante di una melodia popolare (la Russian Dance di Tom Waits) – per le musiche di Andrea Nicolini – accompagna l’apertura del sipario che svela una cornice scenografica tradizionale (costumi e scene di Catherine Rankl), l’esterno di una casa di campagna sull’orizzonte di un lago dipinto sul fondale. Subito dopo s’avverte il rumore di un martello battente: è in corso d’allestimento, sotto i nostri occhi, un teatro per la messinscena della commedia scritta dal giovane Konstja, che giunge dalla platea annunciando di lì a breve l’inizio dello spettacolo. L’allusione allo stratagemma metateatrale è ormai dichiarata apertamente: “Come si deve scrivere e che cosa bisogna recitare?”, è questo il dilemma – si scoprirà poi di matrice amletica per il rapporto edipico intercorso tra l’Amleto e la Gertrude russi – del 25enne borghese, fervente sostenitore di un teatro anticonformista dalle forme nuove, lungi dalle stantie convenzioni sceniche, che sua madre giudica una fantasia decadente. Distribuite qui e lì nel testo, interpretato efficacemente con misura e grazia dagli attori dello Stabile genovese (Roberto Alinghieri, Alice Arcuri, Elsa Bossi, Eva Cambiale, Andrea Nicolini, Elisabetta Pozzi, Stefano Santospago, Roberto Serpi, Francesco Sferrazza Papa, Kabir Tavani, Federico Vanni), le note a margine di una riflessione sul pensiero creativo in cui lasciano traccia i fantasmi poetici che tormentarono l’ispirazione di Čechov (questi, peraltro, come Konstja legò la sua vita ad un attrice) e che convergono sotto il segno di un disegno registico accurato.

Nessun guitto sopra le righe o sbavatura di colore irrompe nei dialoghi tra i personaggi, anzi la loro recitazione tende a mimare la monotonia e la noia della vita in campagna sulle rive del lago dove si riflette “fin dall’infanzia una ragazza che, come un gabbiano, ama l’acqua” (un’Ofelia di provincia) e lì viveva “libera e felice, fin quando un uomo che la vide, per ammazzare il tempo, non la portò via”. Il soggetto di un racconto breve è l’unico ruolo drammatico che sarà consentito a Nina di interpretare fino in fondo, ma lei lo attraverserà come un sogno, disilludendosi (sono passati due anni) nella presa di coscienza delirante che avviene nel celeberrimo monologo (“Io sono un gabbiano... No, non c’entra. Io sono un’attrice”) all’interno della tenuta, oscurata da luci crepuscolari e spettrali (di Marco D’Andrea), quando rifiuterà per sempre lo slancio di chi muore per lei e abbraccerà la croce di sopportare una vita lontana dall’uomo che ama fino alla disperazione. Se l’amore – trasformato nelle parole di Čechov “nell’ansia di due anime di realizzare un’unica immagine artistica” – è ciò che introduce una tregua nel dolore esistenziale del mondo, si chiude con il suicidio di Konstja un “malinconico giro” di vite solitarie alla deriva, che si spengono sotto la luce accecante dei fari sulla scena, immobilizzando in un quadro del passato le pose degli attori coinvolti nel gioco.

Visto al Teatro Mercadante di Napoli il 27/01/2019.

Sabrina Sabatino 28/01/2019

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