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“Friendly Feuer”: arti, memorie e lingue, tre visioni dello spettacolo

Scavalcare un confine per sentirsi liberi, per fuggire da quegli ordini che, come macigni, ti portano a violare i tuoi stessi ideali nel nome di qualcosa di così grande in cui, in verità, non hai mai creduto veramente. Sprofondare nella neve, rialzarsi, soffrire, spogliarsi di tutti gli oggetti che ti ricordano quella casa a cui non potrai fare ritorno. Arrivare in un luogo sconosciuto e sentire la paura così lontana da poter chiudere per un attimo che profuma di eternità, mentre il calore di un insospettato fuoco promette di non lasciarti più solo.
Marta Gilmore, regista, drammaturga e interprete, con lo spettacolo “Friendly Feuer: una polifonia europea” mette in scena una performance originale sulla relazione tra una Grande Guerra senza tempo, né lingua e un’altra presente, ma impronunciabile. Bertolt Brecht sosteneva che lo straniero fosse un messaggero di cattive notizie. Chi è davvero lo straniero? Non siamo stati stranieri anche noi, in un passato non troppo lontano? La reclusione del pensiero in un ghetto asfittico accompagna le vite di tutti quegli uomini che in passato o ancora oggi tentano di sfuggire alla guerra e all’agghiacciante paura dell’estraneo. I confini, il filo spinato del passato, gli invisibili muri di un amaro presente mostrano l’impossibilità di interagire realmente con l’altro. Si tende a perdere se stessi, a sparare senza esitazione al compagno, perché lui è prima di ogni altra cosa un disertore.
Già nel titolo lo spettacolo presenta una contaminazione di linguaggi espressivi, che si possono manifestare in un incontro di lingue, memorie e arti.

Una polifonia di arti
Dalle frontiere della guerra alle frontiere digitali il passo è breve. Anche il teatro, quello coraggioso, si confronta con le nuove tecnologie, le fa proprie, creando esperienze inedite che colpiscono lo spettatore il quale rimette in discussione un’arte e la percezione che ha di essa. La scena può estendersi in spazi e ambienti, temporalmente e spazialmente diversi, interconnessi tra di loro nella prospettiva in cui il teatro è visto solo come una delle arti coinvolte. Parole come intermedialità, immersione e narratività non lineare appartengono ancora troppo raramente al teatro, ed è curioso costatare come Marta Gilmore sia riuscita ad applicare tutti questi concetti a un tema già di per sé molto delicato come quella della guerra.
Il teatro di “Friendly Fuer” potrebbe definirsi uno smarttheater: è il teatro degli smartphone e del GoPro, rappresenta la forza di non aver paura di rapportarsi con il cinema e regala una visione dinamica e multitasking a chi ne prende parte. Tutto questo è reso tangibile da un grande schermo posto al centro del palcoscenico, vero e proprio coprotagonista e non semplice impianto decorativo. A tutta questa tecnologia è affiancata una scenografia minimale e funzionante: gli attori camminano su un foglio di carta bianco che verrà scritto e riscritto, distrutto e ricreato per essere il perfetto sfondo per storie diverse che partono dal 1915 e arrivano ai nostri giorni.
“Frienly Feuer” è la prova che, almeno nell’arte, non esistono guerre interne, ma un aiuto comune può portare alla tanto desiderata sperimentazione.

Una polifonia di memorie
Ricordi apparentemente invisibili animano l’idea di una performance che ha in sé l’impulso conoscitivo della verità. Le esperienze del passato esistono per noi soltanto nella memoria. Riportarle alla luce dando loro una concreta esistenza attiene alla capacità di un individuo di trasformare parole e flussi emotivi in un volto, un corpo. In stretta relazione con la memoria è l’immaginazione, il potere di combinare i ricordi in modi non banali, così da farne creazioni artistiche diverse da ogni concreta esperienza passata. La visione originale dello spettacolo “Friendly Feuer” sta proprio in questa illuminante dimostrazione di una scoperta della verità. Marta Gilmore e gli attori della performance (Eva Allenbach, Tony Allotta, Armando Iovino, Vincenzo Nappi) camminano su un terreno instabile, precario, esile come il foglio bianco arrotolato sulla scena e cristallizzano nel tempo del loro racconto i fatti, le vicende di uomini del passato, scrivendo di attese dimenticate e di fragilità esistenziali deturpate dalla Grande Guerra. Un lavoro documentaristico, di ricerca delle fonti negli archivi, alla scoperta di un non detto che grazie alla loro testimonianza risorge con forza e purezza. Una storia che ricorda i vinti, che dà voce e identità allo straniero, che non è mai scomparso, che c’era e c’è ancora oggi. Lo spettacolo, verso la fine, dà spazio e corpo a una tragedia attuale che invece sembra non avere una voce, ma solo tante mani alzate che camminano, nuotano e si aggrappano a una speranza, che purtroppo la maggior parte delle volte viene disattesa.

Una polifonia di lingue
“Friendly Feuer” è uno spettacolo che mira ad abbattere ogni confine, anche quello linguistico.
La decisione di inserire dialoghi e monologhi in più di una lingua straniera - sia essa inglese, tedesco, francese o bosniaco - è di sicuro una presa di posizione forte, di fronte alla quale il pubblico, prima a disagio, riesce magicamente a entrare in comunicazione.
Ed è così, che da un monologo costruito sull’alternanza di parole inglesi a italiane, alle quali viene affidato il compito di rievocare l’ultimo messaggio di un soldato alla famiglia, all’apparenza comico ma nella realtà tragicamente intriso di paure universali, si passa a momenti in cui un idioma estraneo diviene protagonista assoluto della scena.
Anche divisi da uno spinoso limite, soldati di schieramenti opposti trovano nella gestualità un’utile alleata alla reciproca comprensione, ricordando al pubblico in sala che qualsiasi invalicabile barriera è una mera illusione che non aspetta altro di essere scoperta.
La parola, con qualsiasi accento, pronuncia o radice diffonde i pensieri e le disperate speranze di esseri umani allo stremo. Coinvolti in un conflitto che mira alla distruzione della loro volontà non perdono il desiderio di mantenere vivo il fuoco delle loro anime.

Matteo Illiano, Serena Antinucci, Giada Marcon 30/04/2016

Intervista a Marta Gilmore: http://www.recensito.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=14787:marta-gilmore-racconta-il-suo-friendly-feuer&Itemid=145 

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