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Al FIAMS brillano i giovani talenti: tra Quebec e Francia

Le marionette sono la rappresentazione delle nostre fragilità. Mondi fanciulleschi ancora intatti in bilico tra il ricordo di uno stupore incontaminato e il richiamo a riflessioni profonde. Il FIAMS - Festival International Des Arts de la Marionette à Saguenay raccoglie scritture e sguardi che esplorano questa dimensione a 360°, nella quale è necessario lasciarsi trasportare senza riserve, grazie a un programma intenso che tutti travolge e mette d’accordo, bambini dai quattro ai cento anni, spiriti senza limiti di età. fiams1
Trovano qui spazio e linfa vitale, infatti, anche drammaturgie complesse per menti allenate, che si servono di una pluralità di strutture sceniche, di grandi macchinerie, di sofisticate metafore. È il caso di “Âme nomade” (anima nomade), dell’artista quebecchese Magali Chouinard che cuce, disegna e manipola una complessa rete di racconti nati attorno a una figura femminile quasi leggendaria, frutto della stratificazione di più soggetti: ora è la bambina orfana cresciuta dai lupi, ora la giovane donna energica e temeraria, forse una guerriera, e la vecchia malinconica che intreccia la maglia fino al calare della sera rivedendo frammenti della propria vita. Sono personaggi densi e netti, senza sfumature (tutta la messa in scena è in costante bianco e nero), immersi in una realtà quasi primitiva, spietata, dove l’unico riparo è nelle grotte o tra i boschi, in branco con i lupi. A fare da sottofondo sonoro è il rumore del mare, contrappunto perfetto all’andamento emotivo oscillante. I pupazzi che la performer usa e indossa – enormi costumi che ci ricordano personaggi dei Manga – esaltano la polifonia di arti visive e performative: video, disegni animati, teatro delle ombre, piccole marionette e azioni sceniche si incastrano e si sovrappongono nella costruzione dei quadri narrativi, che proseguono tra flashback e flashforward facendoci perdere la linearità del tempo. La sua è una fiams2regia cinematografica, le proiezioni che si riflettono nelle tende della scena sono cariche di simboli, di mondi interiori: la realtà – la sua realtà bianchissima e abbagliante – si mescola alle sue tavole dal segno libero e duro, dove prendono vita e forma personaggi senza voce ma dall’anima assordante caratterizzati da maschere monocrome e mono espressive ma rassicuranti, nonostante l’intensità e la tensione della messa in scena.
La natura è protagonista costante e indispensabile, così come il rapporto tra uomo e natura che qui si esplica con la potente figura del lupo, animale dalle molteplici valenze e declinazioni: è la forza, la violenza, ma anche protezione e fertilità. L’artista ne indossa la pelle (unico costume scuro in contrasto con il chiarore delle figure femminili), ne incarna la solitudine e la velocità, tracciando un filo rosso poetico tra la vita della protagonista e quella del lupo, vite che combaciano e si riflettono l’una nell’altra. Dalla tenda bianca che delimita lo spazio scenico, le energie di tutti i soggetti si mescolano richiamando poteri antichi e ancestrali, esistenze che si rinnovano, si rigenerano. Un mondo totalmente intimista, carico di simbolismi e visionario; un salto nel buio profondo trattenendo il fiato.
Sempre di spazi privati, anche se animati da un velo di sana e intelligente ironia, si parla in “Amanda”, spettacolo della compagnia del Quebec Ty Théatrefiams3 che ci ha permesso di conoscere il brillante talento della giovanissima Claudine Rivest (sua anche l’idea). Una breve messa in scena in un interno vecchio e fermo nel tempo, in cui una giovane donna sembra costretta in una veste che non le appartiene, in un corpo che non controlla. I ricordi si susseguono ai bordi della tavola, ricordi delle membra, della pelle e forse delle generazioni che lì si sono succedute. Una memoria che diventa costrizione e alla quale la ragazza si ribella ribaltando sul finale anche la prospettiva del nostro sguardo: il corpo-fantoccio che ci siede davanti è quello di una defunta, vissuto da anime che scandiscono un tempo che non c’è più e forse non c’è mai stato. La Rivest è concentrata, presente e capace nella manipolazione del proprio corpo, unico mezzo espressivo con il quale fa sorridere e stupire. Siamo fantasmi in cerca costante di una quotidianità perduta.
fiams4Ci ha stupito lo straripante “Il y a quelque chose de pourri, variation Hamlétique”, il teatro d’oggetti di Pier Porcheron che dissacra uno dei miti shakespeariani riducendolo a uno splatter spietato, irrisorio e sontuosamente funny. Amleto, Ofelia, Gertrude, Claudio, Laerte, Polonio sono grandi forchette, rose rosse, bollitori, cacciaviti, arnesi da banco o da cucina, elementi di tutti i giorni a cui il giovane brillante performer francese dà vita e voce (tutte diverse e modulate sui vari personaggi). Tre atti brevissimi, esasperati, ridotti all’osso, sbuffati e sbeffeggiati nei quali emergono soltanto i tratti fondamentali dei protagonisti, esaltati all’ennesima potenza. Porcheron catalizza l’attenzione del pubblico da subito, è fortemente empatico, naturalmente empatico, senza forzature – se non quelle dettate dal registro comico come l’ennesima caduta o la testa sbattuta ripetutamente contro il tetto del suo piccolo teatro per burattini – anima l’ambiente che dirige e gli oggetti che mette in campo, interagisce con loro, non si limita a dar il necessario scenico soffio vitale, ma li caratterizza con sentimenti umani. Già lo scorso anno a Romaeuropa Festival un progetto per certi versi simile a questo, il “Complete Works: Table Top Shakespeare” della compagnia Forced Entertainment, raccontava le opere di Shakespeare con oggetti e piccoli elementi. Qui il mood si fa però trash, colante di finto blood o nebbioso quando soffia grandi manciate di farina provocando nuvole nelle prime file. Come non ricordare l’“Amleto” di Michele Sinisi, dove l’attore di Andria impersonificava tutti i personaggi di uno dei più celebri drammi.
L’attore (ha curato anche la scrittura della pièce) nella sua confusionaria “cialtroneria” infantile, nella sua vena distruttrice, ci consente di tornare bambini grazie al suo essere fool, un Puk fastidioso e dispettoso,fiams5 come quando apre e viviseziona il gomitolo di lana che è il fantasma del padre di Amleto. I coperchi diventano bocche lamentose, i petali sentimenti che appassiscono, una piccola piallatrice, che schizza scintille in ogni direzione, è la furia di Laerte, le punte della forchetta sono i pensieri penetranti e irrazionali di Amleto. Irresistibile e puntuale nel far crescere il climax da risata assicurata è la spalla più anziana e costantemente seria, ora assistente alla regia, ora tecnico del suono, che assiste e poco asseconda l’attore nella sua caotica rappresentazione. Il giusto equilibrio comico per un cabaret di alta qualità concettuale e registica.

Giulia Focardi 30/07/2017

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