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Al Festival de Almada parlando di razzismo, colonialismo, gender e figli di puttana

LISBONA – “C’è a Lisbona, come in nessun’altra città del mondo, ciò che io definisco natura architettonica. A Lisbona questo concetto è perfezione” (Thomas Bernhard).

 Arrivando in aereo si sorvola il Cristo Rei con le sue braccia spalancate ad accoglierci e a indicarci la via. Gli passiamo proprio sopra quasi a scompigliargli i lunghi capelli, lisciandoli e pettinandoli.Festivals in Almada | Culture, Nightlife, Celebrations Events of Almada Vederlo nuovamente (sono qui al Festival de Almada per la quarta volta) ci benedice, ci fa sentire figliol prodigo, ci infonde emozione e speranza. A guardarlo dalla costa di Lisbona, con il sole che ci ferisce gli occhi, quasi sparisce in alto sulla collina. Ci guarda noncurante. Ha altro a cui pensare. La foschia se lo inghiotte, lo mangia a pezzi, lo fa scomparire tra volute di nuvole pronte a piovere in quest'angolo dove il Tago si mischia fangoso alle onde blu dell'Oceano Atlantico, dove i piccoli traghetti arancioni, tra Almada e Lisbona, fanno la spola, dove il rumore delle auto che passa sopra il ponte rosso d'acciaio sembra una turbina accesa, un rotore d'aereo, un potente mulinello preparato per una partenza bruciante, una rincorsa per lo scatto finale. E' un rumore continuo di fondo al quale dopo pochi minuti ci si abitua guardando i colori pastellati sull'intonaco sgretolato degli affreschi decorati a colpi di bombolette spray. Almada è giovane, è smart, è uno schiocco di dita, è una carezza tra i capelli bagnati di salsedine. Almada è la marea che carica e pompa, che torna e scava. Almada sono i pescatori sotto il grande ascensore, Almada è le centinaia di muggini che si raggomitolano come anguille nei piccoli golfi vicino al porticciolo degli aliscafi. Se di giorno il caldo sembra gambizzarti, spossandoti e portandoti via energie, la sera la temperatura cala come trovarsi improvvisamente in un'ombra boschiva. Anche il vento che arriva dal mare cambia rotta e adesso sverza il suo lamento. Almada sono le rughe degli anziani che vendono le pesche al mercato tra l'aroma e l'afrore acre delle sardine alla griglia, Almada è l'incontro tra la magnifica fregata di legno e il sottomarino di ferro, Almada sono le tre mani rivolte verso il cielo ma pronte a stringerti in un abbraccio, a cingerti di vicinanza e solidarietà, Almada si vede più nitidamente dall'altra parte, come facendo un passo indietro, dalla statua-monumento che si erge e innalza il suo occhio vigile sugli ex cantieri navali. Almada è la terra che ha dato i natali a Luis Figo, il campione di calcio passato anche in Italia.

Il “Festival de Almada” (2-25 luglio) è sempre un'esperienza da respirare fino in fondo. Trentottesima edizione e quest'anno anche un anniversario tondo per la Companhia de Teatro de Almada che lo gestisce, mezzo secolo. Nel foyer del teatro principale, il Teatro Municipal Joaquim Benite inaugurato nel 2005 e dedicato al regista e direttore scomparso nel 2012 (gli è succeduto Rodrigo Francisco che sta ben proseguendo il suo lavoro), una mostra con le locandine di tutti i festival passati. Il bilancio per questa edizione parla di 626.000 euro, provenienti dal Ministero della Cultura e dal Consiglio comunale per mettere a punto un cartellone equilibrato tra proposte nazionali, la maggior parte causa pandemia, spagnole, belghe, brasiliane, francesi, cilene, olandesi, slovene. Anche quest'anno, cDiscurso 2.jpgome ogni edizione dal 2008 la Camara Minucipal de Almada ha indetto il “Premio Internazionale Carlos Porto” (intitolato alla figura del critico teatrale portoghese) che prevede un “Gran Premio”, il “Premio per la Stampa Specializzata” e un “Premio per la Stampa Generalista”. Chi scrive nel 2018 ha ottenuto il Gran Premio mentre quest'anno quello per la Critica Teatrale. C'è anche un Premio da parte del pubblico per lo spettacolo che più ha fatto sobbalzare i cuori. Spettacoli mai banali (21 in totale, ogni piece in media ha fatto cinque repliche con punte di dieci per qualche produzione, consentendo così di poterli seguire tutti), scelte particolari in un mix tra ricerca e tradizione, tra messinscene innovative e temi attuali e contemporanei.

Ci ha colpito “Discurso sobre o filho-da-puta” (non serve la traduzione, visto nel Teatro Estudio Antonio Assuncao) a cura delle compagnie portoghesi Teatro da Rainha e Miso Music, tra ironia, cinismo, verità, esperienza sul campo. Ognuno di noi nella sua esistenza si è imbattuto, ha incontrato, si è scontrato con queste losche figure, che da adesso in poi qui chiameremo FdP sempre pronti a screditare, all'inganno, al sotterfugio, alla menzogna, alla meschinità, alla bassezza pur di scavalcarti, abbassarti per sorpassare la fila. L'impianto è scherzoso, da operetta allegra, canti a cappella e battute comprensibili ad ogni latitudine, come un varietà con due voci maschili e due femminili, perché l'essere FdP non ha generi né età né religione, è una “qualità” democratica, sparsa ai quattro angoli del globo e nessun popolo ne è sprovvisto o immune. Alle loro spalle cinque quadri appesi che fotografano apertamente la situazione: ecco il ritratto antropoformo di un busto umano con la testa di serpente, accanto abbiamo quello con la testa di pistola, poi lo squalo, dopo l'avvoltoio, seguito dal coccodrillo (in questo senso “Lo zoo è qui” di Luciano Ligabue è eloquente e chiarificatrice). E Giorgio Gaber, cantante e intellettuale, sottolineava: “Son sicuro che il bastardo è di sinistra, il figlio di puttana è a destra” in “Destra-Sinistra” cercando differenze semantico-politiche.

E' un'elegia e una preghiera, una processione di canti gregoriani, le lucine soffuse e il candelabro ci parlano di una funzione religiosa, di un rito funebre anche perché sotto di loro, Discurso.jpgcentralmente orizzontale, se ne sta un cadavere immobile che per tutto il tempo della rappresentazione si ha la netta sensazione che possa svegliarsi da un momento all'altro perché i FdP non muoiono mai come ci racconta nella sua ballata-stornello popolare, “Ahi, Ahi, Ahi”, il regista cinematografico fiorentino Leonardo Pieraccioni che ogni tanto si dilettava con la chitarra, sostituendo l'epiteto che ci ricorda la città dell'Asia minore adesso distrutta ma tenendo inalterato il significato di fondo e l'essenza: “Si baciano in bocca paian fotomodelli, catenine a i' collo e sedici anelli, son pieni di donne ma i' sabato sera li trovi da soli a i' bar Marilena, e mangiano i' kiwi gli fa schifo i' prosciutto, son vegetariani poi mangian di tutto”. FdP viene ripetuto all'infinito, centinaia di volte, ad ogni capoverso, ad ogni strofa di questa poesia urbana contaminata, come rafforzativi che, inevitabilmente, scatenano l'ilarità (sarebbe da tradurre e mettere in scena anche in italiano: sarebbe un successo). Anche il gruppo musicale Gli Stadio aveva coniato una strimpellata (proprio denominata “Grande figlio di puttana”) per il soggetto preso in questione: “Sotto l'ombra del cappello non ti fa capire mai se tira fuori il suo coltello o ti chiede come stai”. La qualità migliore del FdP è l'ipocrisia e il trarre vantaggi da qualsiasi situazione, finge, ha sempre un secondo fine, si fa passare per amico per carpire segreti che poi utilizzerà contro chi glieli ha svelati, contro chi si è aperto con loro credendo di avere davanti un confidente e non una vipera pronta a morderlo, non uno scorpione pronto a pungerlo a tradimento. Il FdP è un vigliacco e uno stratega e “Discurso” ne fa una precisa analisi e una corretto vivisezione, è una conferenza semiseria per sottolineare i suoi tratti distintivi, per sviscerare la tanto criticabile tipologia umana, è un'autopsia del suo essere intimo sul quale è impossibile non essere d'accordo. Il FdP è un calcolatore e recita in qualsiasi situazione si trovi, si muove sottotraccia e dietro le quinte, organizza, macchina, sposta le pedine a suo piacimento, combina affari per il suo solo tornaconto, tira l'acqua sempre al suo mulino, è invadente e arrogante, è geloso e invidioso, è lamentoso e vanitoso, è falso e ruffiano e codardo e meschino, diffama, mette gli amici gli uni contro gli altri, insinua mellifluo, è viscido e olioso, è sfuggente, è tutto apparenza, è un manipolatore e controlla incessantemente la vita degli altri ma, in tutto questo, è contento e soddisfatto di sé e non si ritiene assolutamente quel che è, ovvero un FdP.

E' un gran bel lavoro vocale (ci hanno ricordato i “Neri per caso”, peccato per i fogli in mano che rendono la recita, visivamente, meno scorrevole), sulle note, sugli accenti, sugli incastri, sul ritmo e la velocità delle parole, degli urletti, dei singhiozzi, sono rumoristi che usano la voce come uno strumento delicato e malleabile tra cori e scioglilingua. Gli uomini in nero e le donne in bianco, il bene e il male che si (con)fondono proprio perché il FdP si presenta sempre come amichevole per poi rivelarsi machiavellico. Un divertissement allegro, ma non troppo, le onoranze funebri alla nostra società costellata e distrutta nelle sue fondamenta dai tanti, troppi FdP.

miguel_molina_desnudo_escena_09.jpgDi attualità profonda e feroce sulla condizione di molti omosessuali in giro per il mondo è “Miguel de Molina al desnudo” di Angel Ruiz (prodotta dalla compagnia spagnola Lazona; visto al Cine-Teatroda Academia Almadense), un teatro-canzone per ricordare la figura avanguardistica e pionieristica del cantante di varietà che subì gravi conseguenze, fisiche e lavorative, dal governo franchista proprio per la sua omosessualità. E' una confessione quella di Ruiz nei panni di Molina, come se la platea fossero i giornalisti in una conferenza stampa post mortem per spiegare, mettere i puntini sulle i, sciogliere nodi. Molina, un po' Petrolini, ci ha ricordato anche Paolo Poli o Cristiano Malgioglio o ancora Leopoldo Mastelloni, ha pagato fino in fondo la sua libertà, il giusto rispetto che chiedeva e per questo è stato perseguitato anche dall'altro capo del mondo perché considerato simbolo repubblicano proprio per il suo spirito anticonformista. Ruiz, che ha grandissimi doti vocali, ripercorre la vita del flamenchista folcloristico, muovendosi come un torero poliedrico, passando dal tragico al cabarettistico in una sorta di piano bar ricordando agli astanti i suoi successi e le sue lacrime, gli applausi ricevuti e le delusioni sofferte a causa di un mondo che, evidentemente, aveva paura di quello che rappresentava, appunto la libertà di esprimersi e di essere se stesso al di là del genere. Come se fossimo tutti invitati a questa seduta spiritica Molina si mette a nudo, come recita il titolo, si apre, si racconta, vuol mettere la parola fine a tanti pettegolezzi, alle infamie, alle ingiustizie, alle bugie della Prensa. Adesso, dopo queste sue dichiarazioni e rivelazioni a cuore aperto, è libero di riposare, libero di andarsene finalmente pacificato. E noi con lui, contenti di averlo ascoltato per l'ultima sontuosa volta.

Ha un impianto invece contemporaneo e spiazzante, per le molte tecniche e oggetti e strumentazioni messe in campo, il “Viagem a Viagem 2.jpgPortugal” dei lusitani Teatro do Vestido (visto al Forum Municipal Romeu Correia) prendendo spunto dall'omonimo volume di José Saramago, il grande scrittore Premio Nobel '88 per la Letteratura. Dieci gli attori in campo, tra recitazione e movimentatori di scene e attrezzistica e oggettistica per questo caravan serraglio di colori ed emozioni. Su un tavolo da autopsia arrivano i reperti con una piccola telecamera a mano che tutto riprenderà e proietterà sul grande schermo sopra la scena. Ma è un continuo arrivare di fotografie e articoli di giornale mentre gli attori in video sono sostituiti da piccoli omini di Lego. La musica di una chitarra suonata dal vivo sul palco rende ancora più artigianale questo lavoro curioso, uno spettacolo più da sentire che da ascoltare, più da vedere che da capire, più istintuale che cerebrale. Perché gli elementi sono tanti ma si viene travolti dal mistero, dalla sovrabbondanza, dalla ciclicità, dal disordine caotico che il palco profonde tra lettere e cartine che esprime l'Amore incondizionato per il proprio Paese, una sorta, nelle sue differenze stilistiche e concettuali, di “Comizi d'amore” pasoliniani. Ne esce un quadro da festa triste sulla costruzione di un Paese, sulla trasformazione di una Nazione, sull'Identità, sulla Nostalgia, la faticosa strada percorsa, con i suoi errori e cadute (come la dittatura), da uno Stato per potersi chiamare tale. Perché la scelta totalitaria è “facile” mentre la democrazia è un elastico continuo, un Paese bisogna continuamente annaffiarlo, alimentarlo, supportarlo, riempirlo di senso, aiutarlo. “Perché la vita se la ride delle previsioni e mette parole dove noi abbiamo immaginato dei silenzi”, così ci stende Saramago.

Um gajo 2.jpgDi Portogallo si parla anche nella produzione del gruppo di casa, la Companhia de Teatro de Almada in collaborazione con la Companhia de Teatro do Alvarve di Faro, “Um gajo nunca mais è a mesma coisa” (trad: “Il ragazzo non è più lo stesso”), per la regia di Rodrigo Francisco, visto nella sala sperimentale del Teatro Joachim Benite. Il titolo fa riferimento all'evento traumatico che la guerra può comportare nella crescita e nello sviluppo di una persona, dall'essere un ragazzo mandato al fronte al diventare un adulto rabbioso e rancoroso, duro, acido, ruvido. La riflessione di Francisco, suo anche il testo, ci porta dentro il colonialismo portoghese soprattutto in Africa. Una struttura di letti a castello e impalcature, con teli e tende a coprire o disvelare, è efficace in quanto double face e permette di raccontare, a sprazzi e flash, momenti in alternanza, la guerra come le situazioni quotidiane contemporanee, chiamiamole “in tempo di pace” quando i portoghesi hanno dovuto fare i conti (come tutti i Paesi colonialisti: Francia e Inghilterra su tutti) con i nuovi cittadini (soprattutto da Mozambico, Angola, Capo Verde), africani che adesso erano annessi dalle colonie alla nazionalità. Il nemico che prima avevano combattuto adesso, in altre forme, era lì davanti a loro, come loro, con gli stessi diritti e doveri, si poteva fidanzare e sposare con i propri figli. Un mondo capovolto, un mondo che prima chiede di uccidere quegli stessi che dopo pochi Um gajo.jpganni saranno tuoi concittadini. L'atmosfera è da “Apocalypse now”, l'aria ci porta dentro “Good Morning, Vietnam” e riesci ad annusare perfino “Platoon”, e sembra di sentirlo l'odore del napalm, anche perché lo sporco della guerra si assomiglia dappertutto, a qualsiasi latitudine. A fianco si sviluppa la musica, chitarrista e cantante (che impersonerà tutti i ruoli femminili “colored”: poderosa Lara Mesquita vocalmente e attorialmente, è il fulcro attorno al quale ruotano gli altri quattro ruoli maschili) districandosi dal gospel ai Pink Floyd stilizzati e rarefatti, creando un tappeto sonoro emozionante e drammatico, intenso pathos. Da una parte le violenze perpetrate dai portoghesi verso questi popoli sottomessi con la forza, dall'altro l'impossibilità dell'anziano incattivito dalla vita e razzista truce (l'ex ragazzo soldato, adesso invecchiato, mandato a combattere una guerra non sua) di comprendere la realtà attuale e di accettare la situazione creatasi in un continuo scontro contro i fantasmi del passato che ritornano, riecheggiano, galleggiano ancora, fanno rumore nella sua testa. La Mesquita, uscita dal personaggio, interroga il pubblico per chiedere se sia di destra o di sinistra, mentre l'anziano afferma che “La guerra è la miglior cosa nella vita” proprio perché all'epoca tutto era più semplice e le scelte sembravano più nette e facili da prendere, si sapeva chi erano i buoni e chi i cattivi, o almeno quello che ci/gli avevano fatto credere. Sono, nelle differenze, danneggiati dagli stessi giochi politici, l'aggredita e l'aggressore, dentro un disegno politico più grande di loro, bersagli di interessi gretti, messi l'uno contro l'altro, strumentalizzati e usati, carne da macello, che tu sia soldato o tu sia martire. Qualcuno nei piani alti ha deciso la loro sorte, di mandarli in guerra o di diventare capri espiatori, due facce della stessa medaglia, sempre comunque umili, fragili, ultimi senza voce, pedine di scacchiere finanziarie, vittime del medesimo meccanismo bieco che schiaccia gli uomini comuni per interessi impersonali economici e che mette le persone contro imbevendole di odio e rancore senza senso.

Tommaso Chimenti 27/07/2021

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