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"Ferdinando": il candore nero che distrugge lo status quo

NAPOLI - La lingua di Annibale Ruccello è materica, attuale, viva. È un napoletano essenziale che affonda un piede nella tradizione di Scarpetta e di Eduardo per poi superarla, spiccare il volo in avanti verso una contemporaneità vivida e pulsante e farsi presente, il nostro presente, quartiere, basso e popolo. È una lingua che gratta, aspra e ruvida, ma che, al tempo stesso, accarezza e addomestica, ci alliscia e ci prepara all’inevitabile turbamento e alla riflessione. È una lingua che va a creare immagini sulla scena, così come ci ha dato dimostrazione la regista Nadia Baldi che ha raccolto l’opera più celebre di Ruccello, “Ferdinando”, rispettandone questo fermento, linguistico e fisico, e rendendone una personale visione onirica, mferdinando1.jpgetaforica e dal grande ritmo (prod. Teatro Segreto; è stato in scena al Ridotto del Teatro Bellini fino al 5 gennaio).
Quattro attori, quattro personaggi, quattro quadri, quattro precisi momenti temporali scandiscono la messa in scena che si svolge tutta nell’arco del 1870, dentro le mura di una villa in cui vivono la baronessa Donna Clotilde e sua cugina Donna Gesualda. Due donne chiuse tra le mura di una casa e tra le mura della propria condizione esistenziale: la prima è ipocondriaca, bloccata in una infermità più d’animo che fisica, riluttante la modernità che avanza dopo la deposizione dei Borboni, la nuova situazione politica, il re sabaudo e la lingua italiana; la seconda è zitella, costretta a accudire e sorvegliare la nobile allettata per sentirsi riconosciuto un minimo spazio nel mondo, dipendente da una relazione torbida con l’unico uomo che frequenta la casa, il parroco Don Catellino. A destabilizzare gli statici equilibri interiori ed esterni dei tre sarà l’improvviso arrivo di Ferdinando, presunto lontano nipote della baronessa, rimasto orfano e solo.

L’opera di Ruccello è un inno all’ambivalenza, al senso di smarrimento proprio di un’epoca di passaggio com’era quella in cui viene ambientata la storia, dove il Regno delleferdinando3.jpg Due Sicilie lascia il posto al regno di un’Italia ancora sconosciuta, che spaventa e a una classe sociale ancora silente ma in crescita, la borghesia (una borghesia arrampicatrice che Ferdinando impersona perfettamente). C’è un fermento che ribolle ed è pronto ad esplodere e a sotterrare le ceneri di una società passata, arroccata sulla nobiltà e su un dialetto chiuso, arcaico, quasi gutturale e caricaturale.
Nadia Baldi dipinge un affresco dal ritmo incalzante e crescente che, se nel primo atto, gode di un clima comico, quasi grottesco, e di un tempo circolare come la nenia silenziosa delle preghiere di Gesualda, nel secondo atto muta in maniera netta verso il drammatico destino dei quattro, l’atmosfera si fa aspra, dolorosa e, nonostante l’apparente apertura e il cambiamento emotivo dei personaggi, diventa ancora più claustrofobica. Le figure si trasformano, nei pensieri, nei sentimenti ma anche nelle stesse sembianze, grazie a un meticoloso lavoro degli attori sui corpi (possiamo parlare di drammaturgia dei corpi) e sulle anime dei protagonisti. Quest’ultimi ricalcano la natura del momento ferdinando4.jpgstorico e la enfatizzano con un gioco di contrasti evidente sia nella dinamica delle coppie che all’interno dei singoli. Cambiano i ritmi che regolano i ruoli e i pesi di potere tra di essi, e contemporaneamente il peso interiore che ognuno di loro è costretto a portare. È una vera e propria metamorfosi innescata dall’arrivo di Ferdinando e impossibile da controllare che porterà al ribaltamento di tutti gli equilibri incancreniti.

La baronessa da vittima del suo stesso immobilismo, quasi Gattopardesca, bianca e pallida, come la grande veste che la ancora al letto, diventerà una “zia” seducente e passionale, incantata dall’energia di una vita nuova, mentre Donna Gesualda, la bizzocca repressa, vestita di nero, dimessa, apparentemente virginale e vittima diventerà la carnefice dei suoi stessi approfittatori (Gea Martire e Chiara Baffi, esplosive e catartiche, danno vita a un botta e risposta sulfureo e frizzante); Don Catello (un Fulvio Cauteruccio intenso e di polso, fa valere tutta la sua esperienza sul palscoscenico) dapprima servizievole e attento curato, si dimostrerà vizioso, ipocrita e libertino, vittima alla fine dei suoi stessi peccati capitali. A generare questi mutamenti sarà proprio il protagonista Ferdinando (fresco e dinamico Francesco Roccasecca), personaggio ambiguo, angelico e diabolico allo stesso tempo, portatore di energia e di nuova linfa vitale ma, contempornaemtne, di morte e dolore.
A rendere perfetto ferdinando5.jpge di immediata comprensione questo meccanismo fatto di contrasti e di elementi complementari risultano essenziali anche la complessa scenografia di Luigi Ferrigno, in cui tutto si muove e tutto si trasforma e niente è ciò che sembra, come il letto sulla scena che diventa letto-alcova, letto-casa, letto-tabù, letto-prigione e letto-patologia e la invade totalizzandola o le numerose sedie che come pezzi di lego vanno a creare nuovi scarti semantici, divenendo trono, giaciglio, patibolo; e i costumi di Carlo Poggioli, abile a riportare il ritmo di luci ed ombre, di bagliori e tenebre, con il bianco e il nero delle vesti a dividersi scena e personaggi. Gli opposti si attraggono, è vero, ma spesso, come in questo caso, si distruggono.
“Ferdinando” è un testo dalla forma classica ma che prende le distanze dal teatro tradizionale grazie alla struttura moderna dei suoi personaggi nei quali riusciamo comunque a trovare delle somiglianze con le nostre esistenze composte da “opposti sentimentali”. La versione della Baldi ne mantiene intatto il cuore drammaturgico e ce la rende come un’opera sull’essere ciclico dell’umanità, comica e tragica al tempo stesso, malinconica e brillante, costellata da una moltitudine di solitudini affette tutte dalla medesima malattia: la vita.

Giulia Focardi

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