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“Non c’è amore senza dolore” L’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico porta in scena Fassbinder

“Non c’è amore senza dolore”. È questo il fil rouge della trilogia di spettacoli presentati dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico.
Carmelo Alù, Raffaele Bartoli e Federico Gagliardi sono i tre allievi registi del III anno che hanno ideato e diretto, sotto la guida del M° Arturo Cirillo, un accuratissimo studio su Rainer Werner Fassbinder, il regista tedesco famoso per la sua capacità di parlare con grande sensibilità della Germania nazista e post nazista. Il progetto, oltre ai tre allievi del corso di Regia, ha coinvolto l´intera classe di Recitazione del III anno e si avvale della partecipazione di tre attrici diplomate in Accademia, Flaminia Cuzzoli, Maria Giulia Scarcella e Zoe Zolferino, e alcuni allievi dei Master di Drammaturgia e Sceneggiatura e Critica giornalistica.
L’attenzione si è focalizzata sulle tre opere che, forse, meglio rappresentano la delicatezza dell’autore dei testi e il suo ossessivo e disperato bisogno d’amore. “Un anno con tredici lune”, “Katzelmacher” e “Le lacrime amare di Petra Von Kant” sono i titoli selezionati che saranno in scena al Teatro Studio Eleonora Duse dal 24 al 31 marzo e che debutteranno rispettivamente il 24, il 26 e il 28 marzo (repliche il 31, il 30 e il 29 marzo) con una rappresentazione pomeridiana alle ore 17 e una serale alle ore 20, orari che resteranno invariati per tutte le repliche degli spettacoli.
Raccontare una triste vicenda ispirata a un episodio autobiografico, dipingere il razzismo di un piccolo mondo borghese e svelare con garbo le fragilità dell’universo femminile sono le tre interessantissime sfide che ciascuno dei giovani registi si è trovato a dover fronteggiare. I risultati saranno sicuramente interessanti visto anche il coinvolgimento nel progetto di un grande nome del teatro come quello di Arturo Cirillo e la preparazione degli allievi dell’Accademia che da sempre vanta una formazione tecnica e artistica d’eccellenza. I tre studi su Fassbinder sono, inoltre, una dimostrazione di una notevole abilità degli allievi di trasposizione spazio - temporale delle opere considerate: dal cinema al teatro e dal passato al presente. Si tratta di tre testi straordinariamente moderni, nonostante risalgano agli anni Sessanta e Settanta, che rispecchiano pienamente la precarietà del nostro mondo attuale, l’angoscia di riconoscersi in una propria identità, la solitudine e il terrore di una vita che con le sue frustrazioni divora l’anima. Portando in scena i lavori di uno dei maggiori esponenti del Nuovo Cinema tedesco si è voluto raggiungere un unico obiettivo: il ritorno all’amore. Ma per farlo è necessario un doloroso passaggio, un preludio alla soddisfazione del più puro dei bisogni umani. Viene continuamente gridato il desiderio di vivere una dimensione comune, ma al tempo stesso si sottolinea l’assoluta incapacità di vivere in un nucleo sociale, perfino quello piccolissimo di una coppia. È questo un meccanismo che Fassbinder, nel corso di una vita che fu molto sofferta, aveva ben compreso e a cui aveva dato artisticamente concretezza attraverso i suoi molteplici interessi, il suo eclettismo e l’estrema emancipazione. Ed è proprio la libertà delle sue opere teatrali e cinematografiche l’elemento che gli ha permesso di ritrarre la vita così come essa è realmente, con quella durezza e quel realismo che consente sempre a chi porta sulle spalle un bagaglio di errori, rimpianti, sofferenze, dubbi e paure di riconoscervisi.

Roberta Leo
23/03/2017

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