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“Fa’afafine” di Giuliano Scarpinato: l’identità fluida di un piccolo sognatore

Esiste un luogo incontaminato nell’Oceano Pacifico, un arcipelago di isole che mostra pochi segni dell’influenza occidentale, culla di un popolo che non conosce la discriminazione sessuale. Nella lingua di Samoa la parola “fa’afafine” significa “come una donna” e definisce coloro che sin da bambini non amano identificarsi in un sesso o nell’altro: un vero e proprio “terzo genere” cui la società di quel paradiso terrestre non impone una scelta e che gode di massima considerazione e sacro rispetto. “Fa’afafine - mi chiamo Alex e sono un dinosauro” è il titolo dello spettacolo scritto e diretto da Giuliano Scarpinato, andato in scena il 2 e il 3 aprile al Teatro India di Roma.
Alex non proviene dalla Polinesia, ma è un bambino che possiede una particolarità: non ha ancora deciso se e quando diventare maschio o femmina perché vorrebbe essere entrambi, “come l'unicorno, l'ornitorinco o i dinosauri”, capace cioè di contenere diverse nature. Vive nella propria stanza circondato da giocattoli, ad ognuno dei quali ha dato un nome e che ora lo aiutano a prepararsi all’atteso incontro con Elliot, un coetaneo irlandese trasferitosi da poco nella sua stessa scuola e di cui è ingenuamente innamorato. Il maialino Mr. Pig, la bambola Katìnka e “l’amica immaginaria” Natalia, una top model bielorussa, suggeriscono ad Alex cosa indossare per l’occasione: un vestito da principessa e l’elmo di Thor, un cerchietto con le farfalle e gli occhiali da aviatore, scarpe da ginnastica e tacchi alti. Estremamente emozionato, il bambino confessa di voler raggiungere l’aeroporto e accogliere Elliot, di ritorno da un lungo viaggio, con un messaggio d’amore, per poi scappare insieme verso le isole Samoa.
Alex è un “gender creative child” o più semplicemente un bambino-bambina che sogna un’improbabile fuga in Oceania a causa di un traumatico episodio di bullismo vissuto in classe. Dopo aver organizzato tutto nei minimi dettagli si sveglia in ritardo e rimane intrappolato nella camera, dove plasma però, con la propria fantasia, un mondo senza confini in cui esistono contemporaneamente il mare e le montagne, il sole e la luna, i pesci e gli uccelli. Dietro la porta della stanza ci sono invece i due genitori, Rob e Susan, i quali dialogano col figlio attraverso il buco della serratura. Il padre è molto preoccupato, ma solo per la reputazione della famiglia e per il futuro della sua carriera, mentre la madre ansiosa non sa come affrontare il problema. Ormai disperato, Alex si ricorda ciò che la nonna gli aveva detto una volta: “per comunicare con qualcuno lontano da te devi pensare a lui fortissimo, e ti sentirà”. Decide pertanto di mettersi in contatto con coloro che reputa i suoi unici salvatori, ovvero i fa’afafine, che dopo aver ricevuto il messaggio del bambino fermano il tempo e come alieni di una remota galassia trasportano il piccolo a Samoa con l’ausilio di una navicella spaziale.
Tratto dal libro “Raising My Rainbow” di Lori Duron, lo spettacolo racconta con raffinata delicatezza e leggera ironia la storia di un adolescente alla scoperta di sé e della propria identità. Viaggiando sul filo della sensibilità e tenendosi ben lontano dagli stereotipi, dai pregiudizi e dagli equivoci innescati dalla disinformazione, “Fa’afafine” mostra le ansie, i timori e i dubbi associati a un “coming out” in tenera età.
La pièce vincitrice del Premio Scenario Infanzia 2014 diverte i bambini e commuove gli adulti grazie anche all’originalità della messa in scena, che accanto agli elementi scenografici tradizionali prevede l’uso del “video mapping”, una tecnica di proiezione evoluta che trasforma le pareti della camera di Alex in un display dinamico, su cui i genitori “virtuali” interagiscono col protagonista. L’attore Michele Degirolamo, classe ’87, è abilissimo nell’interpretare con grande agilità e naturalezza un brillante e coraggioso bambino che non si vergogna mai di essere così com’è, invitando il pubblico a una profonda riflessione sull’arduo tema della differenza di genere e prospettando in modo inequivocabile il primato dell’amore quale unica verità.

Andrea El Sabi 05/04/2016

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