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Esodo di Emma Dante: la tragedia di Edipo rivive al Festival dei 2 Mondi

Uno degli eventi più attesi del Festival dei 2 Mondi di Spoleto è stato senza dubbio l’esordio di Esodo di Emma Dante, frutto di un lungo lavoro della regista con gli allievi della Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo. 
Quello di Edipo è forse il mito più noto della cultura classica, probabilmente anche grazie alla sua reinterpretazione in chiave psicoanalitica. Emma Dante riscrive la tragedia di Sofocle, prende l’Edipo Re, lo trasporta in una contemporaneità non meglio identificabile e lo dà in pasto al suo pubblico, contaminandolo con la sua inconfondibile cifra stilistica. Non è l’Edipo che tutti noi conosciamo. C’è la Sicilia con la sua potenza e la sua spettacolarità, c’è la cultura gitana - chi potrebbe incarnare un esodo meglio dei gitani? - e c’è la classicità in quanto procreatrice di una figura così controversa. Ma c’è anche la cristianità, come suggerisce il titolo stesso dell’opera e la scelta di portarla in scena nella chiesa sconsacrata di San Simone. 

Esodo vuole tenere stretta a sé ogni sfumatura della sua polivalenza: vuole essere l’esodo narrato nella Torah e nella Bibbia, il fenomeno dell’abbandono, della partenza volontaria dal proprio paese, ma anche la parte finale della tragedia greca che di solito si conclude con l’uscita di scena del coro. Il coro qui è rappresentato dalla famiglia di Edipo, veri e propri pellegrini armati di valigie, alla ricerca di rifugio e soprattutto di pietà che invadono letteralmente la scena squarciando il silenzio con il rumore dei loro passi. E continuano a fare rumore, incarnando prima il bosco sacro delle Eumenidi e inscenando un concerto di suoni della natura, per poi riappropriarsi delle vesti di uomini in un momento di assoluta umanità scandito dallo sciacquettio dei panni lavati e stesi freneticamente. 

La riscrittura di Emma Dante ci parla proprio del sentimento di umanità, oggi come non mai alla deriva. Cerca di catalizzare la nostra attenzione su quel valore di pietà inteso da un lato nel senso classico di pietas, dunque di rispetto e devozione per l’unità familiare, dall’altro nella sua accezione cristiana di amore e compassione verso gli altri. Una riscrittura squisitamente contemporanea, mossa dal bisogno di riflessione sulla concezione e la percezione che abbiamo in questo preciso momento storico del diverso. “Abbiate pietà, siamo nelle vostre mani come nelle mani di un dio” dice Edipo al pubblico. “Lasciateci varcare il confine e consentiteci di continuare a vivere. Non vi daremo disturbo, ci adatteremo, rispetteremo le vostre leggi, adorandovi come salvatori dell’umanità”.
Scegliere di accogliere Edipo significa permettergli di indossare ancora una volta le vesti di re e rivivere la sua tragedia accanto alle figlie, nate dall’unione incestuosa con la sposa e madre Giocasta, al cognato Creonte, a Tiresia e tutti gli altri tebani. Figure psicologiche che però restano vagamente accennate, sebbene offrissero terreno fertile per l’analisi di stereotipi umani attualissimi. 

La perfezione formale della regia in effetti lascia la sensazione che i numerosi elementi e riferimenti presenti, prove tangibili dell’anima complessa di un simile lavoro, risultino un po’ slegati tra loro. Si percepiscono tutti distintamente, si nota la loro stratificazione e forse per questo risultano quasi disorganici, sebbene portino il ragionamento dello spettatore sempre nella stessa direzione. Nonostante ciò infatti è impossibile non cogliere la volontà di porre l’accento sul tema dell’accoglienza, sull’importanza di sapersi aprire al diverso e lasciare spazio all’altro anche in una società che sembra pronunciare soltanto parole di chiusura.

 

Giulia Mirimich
18/07/2019

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