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“Era meglio se facevo l’attore”: al Teatro Studio Uno di Roma, l’Amleto decostruito di Andrea Onori

In un periodo come quello attuale, tanto ricco di riscritture e riletture dei classici, Andrea Onori firma e interpreta un monologo che si pone, coraggiosamente, a metà tra la polemica e la valorizzazione della categoria. “Era meglio se facevo l’attore”, andato in scena fino al 21 gennaio al Teatro Studio Uno di Roma, è opera tanto ambiziosa quanto umile, sincera quanto difficile da analizzare, forse perché, già di per sé, sviscera con bisturi attento i meandri psicologici e antropologici dell’Amleto.
D’altronde, proprio il suo rapporto con la fonte rappresenta il primo intricato nodo da svolgere: Andrea Onori ha un rispetto reverenziale per la tragedia shakespeariana, la usa infatti come metafora esemplare della recitazione e del teatro, oltre che come pretesto per spaziare dal comico al tragico, dal citazionismo all’esistenziale, per un’ora abbondante di spettacolo. Onori è il solo attore in scena, ma non per questo rinuncia alla coralità shakespeariana, che riporta in vita in maniera astuta e divertente grazie a una disinvolta polifonia di accenti e registri. In più, laddove non arriva a interpretare direttamente, l’attoreimg 1 interagisce con lo spazio scenico attraverso soluzioni puntuali e centrate. Una panca diventa il castello reale, un microfono e un piccolo amplificatore si fanno fondamentali strumenti di transizione, da una voce all’altra, e l’immaginazione, evocata dichiaratamente a più riprese, ma d’altronde implicitamente richiesta dall’arte teatrale, fa il resto.
Già, perché in “Era meglio se facevo l’attore”, e qui arriviamo al secondo muro portante dello spettacolo, il meta-teatro la fa da padrone. Diventa sin da subito il punteruolo brandito da Onori e dalla regia di Maria Grazia Torbidoni per rompere il ghiaccio, forse con qualche piccola insistenza iniziale, con gli unici altri esseri umani sulla scena: il pubblico. Se l’attore si fa portavoce della domanda fatidica, essere o non essere, peraltro senza mai citarla direttamente, il pubblico può permettersi di ignorarla, portato per mano in un percorso che frantuma delicatamente ogni sua certezza. La quarta parete viene infranta, oltrepassata in entrambi i sensi. Gli spettatori, talvolta anche gli oggetti, si fanno attori. L’interprete oscilla tra i ruoli fino a farsi regista e tecnico delle luci, preoccupandosi di allestire lo spettacolo di Amleto nell’Amleto, e inscenando quindi, con naturalezza e spavalderia, un gustoso momento di teatro nel teatro nel teatro.
L’abilità di Andrea Onori nello smuovere e divertire, aiutato dalla sua probabile esperienza di stand-up comedy e dalla sapiente simbologia della regista, quella vera, brilla in un arazzo complesso, un patchwork i cui tanti frammenti si incastrano con genuina semplicità. Il suo Amleto, dopo essere stato ragazzo, studente, senzatetto e amico, diventa attore, il suo teatro diventa il teatro. Ma chi è, veramente, l’attore? Una domanda quanto mai profonda che trova in questo spettacolo una risposta appassionante, seppure funzioni per suo stesso concepimento in un contesto ben definito, quello di teatro orgogliosamente underground, che fa delle sue tante necessità una grande, condivisibile virtù.

Andrea Giovalè 21/01/2018

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