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“Enrico IV”: Herlitzka è il vecchio Re folle

Uno squarcio che riduce a brandelli il velo di una doppia messinscena, di una doppia finzione. È questa l’operazione che Antonio Calenda compie nella sua rappresentazione dell’“Enrico IV”, in scena dal 25 febbraio all’8 marzo al Teatro Basilica di Roma, con Roberto Herlitzka nei panni del “re pazzo”. Questa ambientazione consente agli attori di recitare quasi in prossimità del pubblico, in un ideale proscenio, che contribuisce a rendere la messinscena ancora più “teatrale”.

Il regista ricorre alla cifra della metateatralità per superare lo stallo di una rappresentazione filologica che risulterebbe anacronistica. È infatti un conflitto senza tempo quello che attraversa l’intera produzione pirandelliana, quello tra la persona e la maschera che indossa. Valido allora, negli anni Venti, come oggi. Così per superare l’impasse il regista sceglie di mettere in bocca agli attori, come una sorta di prologo, le battute sullo “strappo del cielo di carta del teatrino” del “Fu Mattia Pascal”.

In seguito ad una caduta da cavallo avvenuta durante una parata in cui vestiva i panni di Enrico IV, un uomo impazzisce e inizia a ritenere di essere realmente il personaggio storico. Alla parata parteciparono anche la sua amata Matilde Spina e il suo rivale in amore Belcredi. Ad assecondare la sua follia ci pensa il nipote, il marchese di Nolli, che ricostruisce nel palazzo dove vive l'uomo la reggia di Enrico IV e assolda alcune comparse con il ruolo di consiglieri segreti. Dopo circa dodici anni, l'uomo rinsavisce improvvisamente e si rende conto che era stato Belcredi a farlo cadere da cavallo. Per sfuggire ad una presa di coscienza troppo dolorosa ed incapace di riprendere le fila della propria vita, decide di continuare a fingere la pazzia.

La versione di Calenda prosegue poi in maniera fedele al testo pirandelliano. Veniamo condotti dai vari personaggi all’interno della trama, veniamo a conoscenza delle loro motivazioni e del loro rapporto con Enrico IV, iniziando a conoscere il protagonista ancor prima della sua apparizione sul palco. Sia in Pirandello che in questa versione, infatti, Enrico IV entrerà in scena a tragedia già cominciata.
Da qui prende piede la rappresentazione nella rappresentazione, la simulazione della pazzia all’interno dello spettacolo, con il sovrano dissennato che s’intrattiene con lo psichiatra e Belcredi, vestiti con abiti monastici, e con la Marchesa, travestita da Matilde di Toscana. Una recita che comincia già a connotarsi come rivelazione, anche se in maniera ancora impercettibile per i presenti, quando Enrico si rivolge a Belcredi chiamandolo Pietro Damiani e dicendogli: “A voi, Pietro Damiani, invece, il ricordo di ciò che siete stato, di ciò che avete fatto, appare ora riconoscimento di realtà passate, che vi restano dentro - è vero? - come un sogno”. Un messaggio esplicito che non viene colto nel suo vero significato. Damiani, infatti, è stato un nemico dichiarato del vero re bavarese: l’Enrico IV della finzione vuole far capire, infatti, che la notte che gli oscurava la mente è stata illuminata di nuovo dalla luce della ragione e di essere pronto a restituire a ciascuno quel grado di meschina responsabilità dietro la vicenda del suo impazzimento.

Enrico teatro

Ciò che rende però differente la trasposizione in scena in questi giorni è il modo di intendere la follia del personaggio.
In Pirandello egli è un uomo che sceglie la follia per fuggire da una vita che non ha potuto vivere, e in maniera consapevole si nasconde dietro alla consapevolezza di essere rimasto ancorato ai suoi 26 anni, pur volendo essere liberato da questa condanna autoinflitta.
In Calenda, complice anche l’interpretazione di un Herlitzka più che ottantenne, munito persino di stampella, Enrico diviene un vecchio capace di prendere e prendersi in giro, accentuando la verve comica del personaggio, che sottende a tutta la trama pirandelliana. Naturale prosecuzione dell’Enrico di Mastroianni (nella trasposizione filmica di Bellocchio del 1984), che puntava l’attenzione sull’aspetto puerile e giocoso della follia del personaggio.
Al tempo stesso, però, conserva la capacità del personaggio pirandelliano di essere regista ed attore della propria follia e del proprio personale dramma, nel quale dispone degli altri personaggi come meglio crede.

Il protagonista, quindi, riesce a mettere in piedi e a sfruttare il meccanismo del play within the play. Attraverso la sua personale visione del “re folle”, Calenda si serve di questo espediente e, passando per Shakespeare (nominato, non a caso, a inizio tragedia), rende l’“Enrico IV” il tassello mancante della trilogia pirandelliana sul “teatro nel teatro”.

Lorenzo Cipolla e Claudia Silvestri

 

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