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“Édith Piaf. L’usignolo non canta più”, al Teatro della Cometa di Roma fino al 3 febbraio

L’assenza del tempo è battuta da un orologio senza lancette. Non scandisce nulla, salvo l’attesa. L’appartamento del passerotto galleggia, fermo in un momento imprecisato. I medicinali le hanno chiazzato la testa, l’alcol le ha gonfiato il viso, l’artrite le ha deformato le mani leggere. Le stesse mani che muoveva sul palco come piccole ali: il passerotto non canta più. Édith Piaf, l’usignolo di Francia, è sepolta viva nell’appartamento che chiama sepolcro.

Édith Piaf. L’usignolo non canta più”, al Teatro della Cometa fino al 3 febbraio, è una cartolina dei mesi che precedettero la storica esibizione di Édith Piaf all’Olympia, nl 1960. Scritto e interpretato da una magistrale Melania Giglio e un eccellente Martino Duane, il testo inedito è portato in scena per la prima volta con la regia di Daniele Salvo.

Un salotto retrò appare sul palco come un ricordo sbiadito: minimale – un tavolino, qualche poltrona, un mobile bar –, affiora lentamente dalla caligine della stanza. “C'est lui pour moi, moi pour lui dans la vie”, canta Édith come un eco lontano, “Il me l'a dit, l'a juré pour la vie”, il suo profilo si indovina appena oltre il telo traforato. E’ da molto che Bruno Coquatrix, l’impresario del Teatro Olympia, tempio della musica parigino, non incontra Édith; la immagina cantare con indosso la petit robe noir che la cristallizzò nell’immaginario mondiale. Ma l’artrite non le ha fatto sconti: gobba sotto la vestaglia rosa, i capelli le cadono a ciocche. I piedi, deformati, non stanno più nelle scarpe. Dell’usignolo di Francia resistono appena le sopracciglia disegnate.

E’ il 1960 e i ricordi scorrono copiosi come lo scotch nei bicchieri. L’escalation che portò Édith sul palco dell’Olympia è finita. Così come il successo dell’Olympia stesso, soffocato dai debiti. Ma Coquatrix rifiuta la decandenza dei due simboli della Francia che scalpita, resiste e rinasce. Se Édith si ostina a voler scomparire, Coquatrix è più ostinato a volerla risollevare. E con lei, l’Oympia.

Melania Giglio è lacerante, potente, instancabile nella sua interpretazione dal vivo di “Milord” e “L’accordéoniste”, “Bravo pour le Clown” e “La Foule”. Graffiata, roca, la sua voce restituisce la complessità emotiva della cantante francese, mentre l’espressività, la postura, la gestualità delle mani – mani nodose e sofferenti – ne evidenziano il tormento fisico.

Facilitata da un testo incalzante, la regia è fluida, snella, puntualissima nel costruire intorno alla Giglio e Duane un’atmosfera sospesa. L’appartamento del passerotto galleggia, fermo in un momento preciso: è il 1960, Édith Piaf sale sul palco dell’Olympia con indosso la sua petite robe noire e pantofole nere. Non, je ne regrette rien, canta. “Spazzati via gli amori, e tutti i tremolii di voce, spazzati via per sempre, riparto da zero”.

Federica Cucci 31/01/2019

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