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“Dyonisus ex Ledger/Joker” ovvero “Le baccanti” secondo Daniele Salvo

Qualche tempo fa riflettevo su come dal Novecento in poi il rapporto tra gli attori, i registi e i grandi classici abbia preso sempre di più la forma di una guerra aperta, e che ancora oggi, fatte poche eccezioni, non trova pace.
Sembra che l’antico e il classico siano qualcosa di tremendamente infetto e da debellare, e il piccolo grande Artaud, ahimè, c’entra solo in parte con questa lotta dal sapore futurista.
Il nostro tempo, proprio come nella mitologia greca antica, risente in maniera sofferta dell’esistenza di un passato mitico e insuperabile, come una sindrome tra diversamente potenti, una partita che si gioca tra generazioni che vorrebbero ammazzare i padri, ma non ci riescono. Nel caso della regia italiana, i figli si cullano tra le braccia di due grandi padri-registi come Luchino Visconti e Giorgio Strehler, prima, e Ronconi, Massimo Castri, dopo. Difficile essere altrettanto maestri della scena, raggiungere quella profondità del pensiero, la coerenza tra tutti gli elementi drammaturgici. E così, accade che oggi si vedano partorire regie né carne né pesce, che sguazzano tra le mandrie e pascolano nei mari.
È il caso di “Dyonisus – il Dio nato due volte”, prodotto dal Teatro Vascello, stabile d’innovazione ante riforma, messo in scena da Daniele Salvo, regista formatosi alla Scuola del Teatro Stabile di Torino diretta da Luca Ronconi, che in questi anni con i classici, in qualche modo, è sempre entrato in competizione. Tra i suoi lavori si annoverano trasposizioni da Shakespeare (Giulio Cesare, La Tempesta, Re Lear) e tragedie classiche soprattutto (Aiace e Le Coefore e Le Eumenidi); vincenti o no, chi non ha visto questi spettacoli non sa dirlo, ma l’interesse c’è stato e resiste, ancora, in questa nuova produzione ispirata a Le Baccanti di Euripide.
Lo spettacolo si apre in modo cinematografico, per la precisione, hollywoodiano: un fascio di luce proiettata sul telo in PVC illumina la clip da un film – Il cavaliere oscuro? – che mostra una carrellata aerea su una Manhattan contemporanea, se non futuribile. Uno scenario da Superhero movie davanti al quale, in carne ed ossa, si palesa un Dioniso esaltato che pronuncia la sua ferma intenzione di convincere la città di Tebe della sua natura divina, e non mortale come era stato proferito per invidia da Penteo e le sue sorelle, figli mortali di Semele, madre di Dioniso. Il nostro Dioniso viene interpretato da Daniele Salvo come uno stereotipato personaggio malefico, una versione edulcorata del Joker impersonato da Heath Ledger. Più avanti, lo stesso Penteo somiglierà a una sorta di cavaliere oscuro. Il cinema è evocato anche nella scelta di abolire le quinte, mostrando un palcoscenico nudo, ma dal forte impatto visivo, uno spazio plastico sormontato da una collinetta che nell’aspetto richiama la superficie lunare. Una curiosa sovrapposizione, quella d’apertura, che lascia inquadrare la pièce come una lotta tra forze oscure e dionisiache, e per questo “lunari”. Tuttavia, questa lettura si perde nel corso dello spettacolo; si smarrisce il senso rispetto alle premesse, e si resta confusamente in bilico tra un realismo posticcio (come quello dell’ambientazione classica proiettata sullo sfondo, a far da fondale alle azioni) e valori archetipici (le baccanti come donne-capra del dio “caprone”), che nella miscela con un incipit che aveva creato ben altre aspettative fanno di questo lavoro una regia abbastanza dimenticabile, se non fosse per i costumi, davvero molto belli e ben fatti, di Daniele Gelsi.

Renata Savo 12/03/2016

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