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"Dopo la battaglia" di Pippo Delbono in streaming per l'iniziativa #laculturanonsiferma

Sono passati quasi dieci anni dall’allestimento di Dopo la battaglia (2011) di Pippo Delbono. Su quella scena grigia e spoglia, le parole tentennanti di Gianluca Ballaré ci suggerivano con la semplicità di una filastrocca che dopo la guerra e la paura sono destinati a giungere il coraggio e la pace. Eppure, rivedere oggi questo spettacolo si accompagna alla cupa sensazione di essere in battaglia ancora una volta, quasi che il combattimento non si sia mai veramente concluso.
Se è vero che potere e sapere sono indisgiungibili, e tracciano confini tra chi è sano e chi devia dalla norma, assistiamo in questi giorni ad un inedito distorcersi del dispositivo: l’isolamento e il distanziamento sociale divengono condizione necessaria per la sicurezza e la salute, gettando luce, in maniera speculare, sul paradossale sovraffollamento di quei luoghi deputati per eccellenza all’emarginazione e alla segregazione, quali sono i campi profughi e le carceri. Simmetricamente avvertiamo con inquietudine come ogni casa possa potenzialmente trasformarsi in una gabbia, con i fantasmi psichici ridestati dalla reclusione, e le dinamiche di violenza che troppo spesso si annidano tra le pareti domestiche.
In questa delicatissima situazione di quarantena, il palcoscenico buio e vuoto della pièce torna ad essere lo specchio di un naufragio, in cui il dolore esistenziale di ognuno di noi affonda insieme ai corpi dei migranti che non riescono a raggiungere la costa, alle parole dei carcerati che gridano «Giustizia!», alle sorti di un intero Paese.delbono violino
Quel che rimane dopo la battaglia non è una tregua, ma il persistere, deleuzianamente, di una «lotta con il giudizio». La chiave viene sottratta alle parabole kafkiane così come alle celle degli ospedali psichiatrici. Ad interpretare l’«uomo di campagna» de Il Processo, che conduce l’intera esistenza davanti alla porta della legge senza potervi mai accedere, è il piccolo Bobò, attore sordomuto della compagnia di Delbono che ha trascorso quasi cinquant’anni rinchiuso nel manicomio di Aversa. Bobò non conosce la data del suo compleanno, ogni giorno equivale all’altro e le ricorrenze non appartengono al suo linguaggio, perché in quei lunghi decenni di inumana prigionia non ha conosciuto doni o carezze. 
Alle urla disarticolate che squarciano la scena fanno da contrappunto le corde graffiate del violino di Alexander Bălănescu, che incalzano il divenire stridulo della voce del regista nel suo serrato confronto con Artaud. In un’interpretazione fatta di sudore e sangue, Delbono contrappone ancora una volta il sistema fisico della crudeltà alla dottrina teologica del giudizio, evocando quel corpo senza organi affettivo, intensivo e anarchico, per «reinsegnare all’uomo a danzare alla rovescia», e restituirgli così il suo «vero diritto».
Si comprende allora come la danza sorga da un’intima esigenza di questo teatro, da un’urgenza politica e poetica che molto deve al lavoro di Pina Bausch: ad ogni vita e ad ogni corpo sul palcoscenico viene restituita quella dignità saccheggiata dal marchio imposto dalla disabilità, dall’aids, dall’elettroshock. Come i corpi accartocciati e pingui degli attori ballano i medesimi passi dell’elegantissima Marie-Agnès Gillot, étoile dell’Opera di Parigi, così la carne, la parola, il gesto e il ritmo si predispongono gli uni accanto agli altri, secondo una logica paratattica che non ammette gerarchie tra le varie componenti.
Dopo la battaglia BobòNonostante l’affollarsi di suggestioni e di immagini, l’oscurità che attanaglia la scena è ancora una notte profonda che sembra non avere fine, in cui fra i «letti putridi» d’ospedale si è privati persino di qualcuno che possa sfiorarci la fronte. In questo buio feroce che ci mette di fronte «al selvaggio dolore di essere uomini», un barlume di speranza penetra e sopravvive tra le faglie di un mondo capovolto e ingiusto, che abbiamo prodotto con violenza, e che con violenza ci si ritorce contro.
Un riflesso brilla tra le pagine sfogliate di Whitman, Pasolini, e Marx, tra quelle parole che ci parlano dell’attaccamento ad una donna, ad una madre, ad un’idea. E una luce illumina anche le rughe e il sorriso di Bobò, che ci viene rivolto come una carezza, con la delicatezza sapiente di chi, tra le crepe di un’esistenza rinchiusa in manicomio, ha conosciuto e restituito l’amore.

Pippo Delbono prende parte al cartellone #laculturanonsiferma, presentato dalla Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Emilia Romagna Teatro. Assieme a Dopo la battaglia (2011), i video degli spettacoli Questo buio feroce (2006), Orchidee (2013) e Vangelo (2016) saranno disponibili sul sito di ERT per un mese dalla data di pubblicazione.

Chiara Molinari  21/04/2020

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