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Dall'ultima edizione di Fabbrica Europa, il sapore del sangue di "Armine, Sister"

Nella penuria di teatro che quest'anno offre Fabbrica Europa, tutta votata e sbilanciata, non sappiamo il perché visto che dovrebbe essere un festival multidisciplinare, sul versante danza, spicca il ritorno fiorentino dei polacchi Teatr Zar, ancora vividi, materici, pungenti, sensuali, carnali. A cento anni dal massacro, dal genocidio armeno da parte del governo turco, questione ancora aperta e responsabilità ancora negate (lite istituzionale tra papa Francesco ed Erdogan nel frattempo), “Armine, Sister”, performance fisica cruenta e sudata, ci racconta per immagini potenti e devastanti i supplizi, le torture, le violenze e gli stupri di un popolo in un impianto d'impatto che si trasforma, travolge straziante quest'arena dove le parole sono annullate nelle miserie della carne macerata come nel canto implorante e pregante, nella litania di morte che copre silenzi e lacrime.
In una penombra che a tratti si fa visione offuscata e celata, confusa di candele deboli, in questa cappa che prende e colpisce anche fisicamente gli spettatori posti ai lati dell'imponente sforzo produttivo architettonico, si inscenano delle “Troiane” attualizzate, un'arena dove si concentrano carnefici e vittime tra letti arrugginiti, porte da scaraventare, infinite percosse sui corpi come sulle superfici d'acciaio che creano disagio e rimbombo, eco e catarsi, sospensione del tempo, bolla mostruosa che si perde nell'etere, inglobando chi vede come calamita dentro la scena a vortice, risucchiata nel gorgo di una violenza senza fine e cieca.
Le lenzuola si inzuppano di rosso, con i segni di gomitoli di lana purpurei o melograni spaccati, il simbolo dell'Armenia (in tempi recenti soltanto a Firenze hanno lavorato sul tema Versiliadanza con lo spettacolo “7 senses” e il Teatro di Rifredi con “La bastarda di Istanbul”), e tutto diventa sporco, funestato, vilipeso, stracciato, strappato. Le bastonate ritmano, le campane a morto rintoccano e vanno a mischiarsi con le urla, i dolori, le lamentazioni delle vittime, le mazze di ferro non hanno pace né pietà e la prigione, la deportazione diviene esperienza collettiva che non può lasciare indifferenti. Ci sentiamo impotenti di fronte alla Storia. Nel complesso scenico svariate colonne prese a martellate si aprono a spicchi come arance siciliane mature e fanno fuoriuscire sabbia come pianto, come clessidre, e gocciola il tempo che va a incanutire le teste affrante, a insozzare fogli e cenci, a coprire il fuoco con la cenere, a cercare di nascondere sotto il tappeto verità. I ganci, le corde e le catene scintillano e cozzano, tutto frigge o sfrigola come olio bollente; è l'Inferno in terra di martiri cristologici tra tamburi di guerra, tra tonfi e tanfi le porte diventano obitorio e poi lapidi. I suoni inquietanti prendono lo stomaco, tutto è muto, tutto è rumore, tutto è vergogna nella totale distruzione, nella più completa dissoluzione ancestrale di sassi e pietre, di tombe e bare, in questo mantra senza speranza che, come Idra, continua a rigenerarsi, che si chiami Armenia o Palestina, Cecenia o Ucraina.

Visto a “Fabbrica Europa”, Stazione Leopolda, Firenze.

Tommaso Chimenti

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