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Dall’innocenza al vizio: “A Sciuquè” non si va mai da soli

Avete presente quel momento, dopo pranzo, in cui ti stendi sul divano, chiudi gli occhi e a un tratto il silenzio è rotto dal suono sordo di un pallone scagliato sul muro? A seguire, l’overture di urla di ragazzini che si rincorrono, si insultano, si immolano con tutte le loro forze per la gloria del cortile.
È esattamente la sensazione che ha provato il pubblico quando, venerdì 22 e sabato 23 aprile, si sono accese le luci del Nuovo Cinema Palazzo su “A Sciuquè”, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Ivano Picciallo, con Adelaide Di Bitonto, Giuseppe Innocente, Igor Petrotto e Francesco Zaccaro. Picciallo ha voluto dedicare questo lavoro a una delle gradi pieghe sociali del nostro tempo, la dipendenza dal gioco d’azzardo: uno di quei temi che si cerca di nascondere tra le pieghe della cronaca ma che diventa urgenza reale sotto il grande nubifragio della crisi.
“A Sciuquè” è uno di quegli spettacoli che potrebbe essere rappresentato con un grafico, con una di quelle parabole in cui esistono due forze che abissano e innalzano i valori col cambiare delle variabili. E le forze sono sempre le stesse, quelle che regolano la vita di ogni uomo: il tempo e lo spazio. Il tempo è quello degli anni che passano, dell’infanzia scandita dal gioco, dalle ore passate con gli amici di sempre, un tempo che si diluisce poco a poco, quando goccia dopo goccia iniziano a svanire proprio quei divertimenti e a farsi avanti le responsabilità. Lo spazio è quello del cortile, del girotondo tra cinque amici che camminano a fianco esplorando ed esplorandosi, che scoprono insieme la paura, il rischio e l’amore, come un unico corpo, sempre negli stessi spazi.
Ai bambini non piace giocare da soli”. Ed ecco come la parabola assume la sua curvatura sulla paura e le contraddizioni che accompagnano la crescita, che plasmano un essere umano sino alla maturità anagrafica, che curvano le spalle di chi, con un piede nel presente, lancia occhiate insistenti al passato. E quando gli amici non ci sono più, quando quei giochi pericolosi non si condividono più con i compagni del cortile, il gioco diventa un rischio da assaporare da soli, nelle salette buie del retro del bar. È quello che accade a Nicola, il ludopatico (così lo chiamano quelli esperti), quando entra nel tunnel della dipendenza dal gioco d’azzardo: una malattia che lo porta lontano da tutto ciò che ama e da tutti coloro che intorno a lui lo hanno amato. Come Lucia, prima amica e poi moglie, immobile sul palco, nel suo vestito di sangallo bianco, come una statua dell’Addolorata, che subisce la parabola aggiungendo, alla propria, la variabile della rassegnazione.
Un gioco che ha in sé il sapore pungente dell’incognita e quello agrodolce della riscossa per una vita che, in fondo, nessuno può scegliersi. E Nicola tenta l’atterraggio d’emergenza con l’esile ombrellino dello “smetto quando voglio”: ma le prede non sempre sfuggono alla fiera quando si muovono sottovento.
"A Sciuquè" vuole raccontare i paradossi e le contraddizioni del gioco nella sua escalation dall’innocenza al vizio e lo fa in un luogo, il Nuovo Cinema Palazzo, che ha rischiato in questi anni di essere trasformato in un casinò. Realtà allegoriche, allegorie reali? Sappiamo solo che nessuno è in grado di salvarsi da solo e che gli uomini, come i luoghi, non hanno solo bisogno di essere salvati: hanno bisogno di qualcuno accanto con cui camminare, che insegni loro a giocare.

Federica Nastasia 27/04/2016

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