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Con "Covido" Mimmo Borrelli svela il lato oscuro dell'umanità in quarantena

Istantanea del video Canale Youtube del Teatro Stabile di Napoli

In superficie tutto sembra tranquillo, gli italiani chiusi in casa dal 9 marzo per contenere la diffusione del coronavirus non mostrano particolari segni di insofferenza alla quarantena chiesta dal governo tra conferenze stampa e decreti presidenziali, mentre si discute se riaprire o meno cosa quando e come. Solo l’eco mediatica delle inchieste sulle morti di diversi anziani in alcune case di riposo del Nord Italia scuote una generale calma che è frutto di rassegnazione o di buona volontà in attesa di un domani nuovamente normale. Ma solo il pelo dell’epidermide, tra i nervi, i tessuti muscolari, nel cuore e nella mente, si agitano stati d’animo e sensazioni di un animale ingabbiato o di chi prova una gran pena per un futuro – incombente – stravolto e leggermente distopico. Sui giornali, alla radio e o al notiziario quotidianamente c’è sempre qualche esperto che scrive o ripete che niente sarà più come prima e dovremo adattarci a stare al mondo con la mascherina, distanziati, pronti a rinchiuderci nei rifugi a causa delle prossime pandemie, mentre il mondo del lavoro andrà sempre di più verso l’isolamento e la contrazione. L’angosciante sospensione e le profezie spaventano, ma non sembrano insegnare a non i ripetere i vecchi errori. L’attore teatrale, regista e drammaturgo napoletano Mimmo Borrelli con il suo componimento poetico inedito “Covido” estrae da sottopelle, con spietata severità e fermo impegno civile, quello che vi scorre. Apprensione, rabbia, sfiducia, insofferenza, paura ed egoismo. Lo fa nella clip caricata giovedì 16 aprile sul sito e sul canale Youtube del Teatro Stabile di Napoli, nell’ambito dell’iniziativa “Diario della quarantena”. Una serie di contributi video settimanali di attori e registi che va a unirsi a quelli di “Reclusi”, realizzati dagli allievi della Scuola di Teatro partenopea, e alla selezione di spettacoli delle precedenti stagioni – tra cui “Le sorelle Macaluso” diretto da Emma Dante e “Mal’Essere” di Davide Iodice – in “Memorie d’archivio”. Un’idea per addolcire la clausura agli appassionati e mantenere vivo il senso di comunità grazie alla comunione culturale. Tra chi ha già aderito ci sono Roberto Andò, Carlo Cerciello, Cristina Donadio, Imma Villa e Marino Niola.Mimmo Borrelli

Sostenuto dal tappeto sonoro creato dal polistrumentista e compositore Antonio Della Ragione, in virtù di un legame artistico nato oltre un decennio fa, Borrelli recita in uno stretto e viscerale pastiche di dialetti della sua regione, sottotitolato per garantire la comprensione delle parole. La malattia infettiva muta in un mare d’ossigeno che è “farabutto” perché non si agita con onde e cavalloni ma uccide rapido, a differenza del mare d’acqua dove resta una residua speranza di salvarsi a nuoto. Curate e montate sempre da Dalla Ragione, scorrono immagini in negativo (l’inversione di colori chiari e scuri in un contrasto fluorescente quasi accecante). Ambulanze, operatori sanitari in tute di protezione lunari, mezzi militari che trasportano le bare, bocche e nasi in debito d’ossigeno, file di persone passate ai raggi infrarossi, caschi Cpap per la respirazione, il pianeta Terra che galleggia nell’universo passano e si ripetono mentre il suono delle parole di Borrelli si fa non più lettura né recitazione ma canto ritmato che resta parola senza mutare in onomatopea. Quasi fosse un rapper in una competizione freestyle, l’attore sprona le sue rime di rivelazione a briglia sciolta, insufflandole di collera e disgusto, salvo poi placarle e dilatarle come un battito cardiaco morente.

Diversi registri s’inseguono e si sostituiscono l’un l’altro nello stesso verso. La narrazione e la descrizione per metafore del contagio – il mare, la guerra – sono ieratiche e venate di sofferenza. Il ritmo sale, una singola voce dà corpo a tante altre, assumendo l’arroganza di chi pensa “me ne frego” o il minaccioso avvertimento all’umana specie di rispettare la Terra sua madre. Borrelli ci attacca frontalmente, ci svela cosa temiamo e pensiamo al di sotto della maschera da animali sociali, con parole che bruciano caustiche e irate. Il sibilato sospetto verso l’altro, potenziale untore. Il volgare disinteresse, carico di sollievo, per gli ultimi della terra abbandonati alla morte. Lo sputo ingrassato di disgusto per la scoperta che la lotta per la sopravvivenza è diventata lotta di classe generazionale. Non meno corrosiva e bagnata di disprezzo è l’accusa lanciata al cinico ed entusiasta appetito degli operatori dell’informazione a caccia della notizia tragica che si e nascondono dietro il diritto di cronaca. L’esatto opposto di quei soldati che, come tanti giovani Caronte - infero psicagogo sulle sponde dello Stige - in divisa, portano via i cadaveri dei morti in solitudine. Morti, caduti in questa guerra, separati da ogni affetto e calore, isolati e intubati, che respiravano soli “ogni parola omessa, con ogni idea dimessa”. Borrelli ci maledice per il nostro egoismo, la nostra miopia e la nostra paranoia. Impulsi e comportamenti che ci hanno portato ad accumulare e consumare, a inquinare senza freni e a delegittimare la competenza e il sapere salutando come un nuovo culto il qualunquismo. A intervalli, (simulate) crisi respiratorie segnano pausa cariche d’angoscia e presentimento. “L’uomo s’è fatto vecchio, decrepito e demente […]: ‘nu rimani senza corona, né trono discendente”.
Non c’è ermetismo in questo testo, quello che pensiamo di non capire è ciò che in realtà conosciamo – perché lo viviamo – ma a cui non sappiamo dare nome. Erede di Albert Camus e di José Saramago nel racconto di una microbica sciagura, Borrelli, come uno Zaratustra nicciano furente, ci inchioda alle nostre azioni che sono virtuose solo di facciata, alle nostre contraddizioni fatali. Uno scuotimento appassionato che ci desta da un torpore nervoso.

Lorenzo Cipolla

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