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Roma: al Vascello Cosimo Cinieri e “Il grande Inquisitore”

Puglia - 1981: Gesù Cristo (Cosimo Cinieri) torna sulla terra con tanto di saio, croce e corona di spine (precisamente nella periferia barese) “per verificare gli effetti del suo divino messaggio di pace”, tra commenti di curiosi che seguono la sua via crucis, scetticismi di comari e urla di bambini scioccati. Non ci sono guarigioni, né parabole, né miracoli, ma una folla assiepata ai balconi e stipata attorno alla liturgica performance viene fotografata in immagini e registrata in voci che conservano i dati di un esclusivo esperimento teatrale e antropologico.001inqui
Roma - 2016: dopo i fasti di una coreografia vibrante sul corpo di un popolo danzante che inneggia a “Barabba”, sul fondale del teatro Vascello vengono proiettate le slide di questa eversiva rappresentazione sacra, montata assieme ai suoni, ai dialetti, alle impressioni di un’epoca che ritrovano oggi, in uno spettacolo tratto da “I fratelli Karamazov”, lo stesso Cinisi nei panni sacerdotali de “Il grande Inquisitore”.
Come nella mitica leggenda tratta dal romanzo, il reiterato Messia (qui rappresentato dal soprano Bibiana Carusi, incoronata di spine e vestita di veli preziosi che scoprono una candida schiena) è portato in carcere, in attesa di essere arso vivo, l’indomani, come eretico. E qui inizia il dilemma. Vecchio, magro e solcato dal tempo, entra in scena l’Inquisitore: da antico protagonista della Passione che vediamo sullo sfondo nelle immagini degli anni ‘80, Cinieri riserva al pubblico contemporaneo un nuovo calvario, sudato, proferito e sputato sul palco, fino all’ultima parola, sulla via crucis di un monologo (esteso a quasi tutta la durata della pièce) scavato e portato in spalla con tutto il peso del capolavoro di Dostojevskij.
Il tormentato, filosofico, infinito e (intellettualmente) sfiancante testamento spirituale del grande scrittore russo, è interamente recitato dall’Inquisitore in frac di fronte a un leggio, posto al fianco di un trono regale in oro e porpora e un tavolo dove una coppia di attori - da bravi fratelli Karamazov - tentano di spezzare il sermone imperante, offrendo commenti illuminanti e spiragli dissetanti (spicca il piglio brillante e ironico di Nicola Vicidomini).
Il tema del “doppio” sembra la chiave attorno alla quale ruota lo spettacolo, dove alcuni aspetti della coscienza si riflettono nell’immagine di un Cristo condannato dal governo di un’“inquisitoria” mercificazione e da un’impersonale concezione di mercato.
Ci auguriamo che qualcuno, tra altri trent’anni, potrà commentare le immagini di una nuova, sociologica e spettacolare provocazione.

Davide Antonio Bellalba  02/11/2016

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