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Con i consigli di Beppe Severgnini “La vita è un viaggio”

Un volo sul filo delle parole, fatto su ali di carta di libro: con queste parole si potrebbe sintetizzare l’operazione messa in campo da Beppe Severgnini con “La vita è un viaggio”, il lavoro teatrale che lo scrittore e giornalista ha ricavato dal suo libro omonimo e dal precedente “Italiani di domani”, entrambi editi da Rizzoli. Lo spettacolo, andato in scena dal 29 al 31 gennaio al Teatro Vittoria di Roma, con la regia di Francesco Brandi, si presentava come un’operazione rischiosa, visto che si trattava di adattare non due romanzi ma due libri di ricordi, citazioni e soprattutto consigli per viaggiare non solo nel mondo, ma anche sulle strade della propria vita. Lo scrittore si immagina dunque uno scenario, il terminal dell’aeroporto di Lisbona, dove sono costretti a passare la notte, a causa della cancellazione dei voli, un giornalista cinquantenne (lo stesso Severgnini) e un’attrice ventottenne (Marta Isabella Rizi). Lui è diretto a Boston per una conferenza, lei sta per lasciare tutto e raggiungere il fidanzato in Brasile. A fare compagnia ai due viaggiatori una cantante, la bravissima Elisabetta Spada, in arte Kiss & Drive, che con la sua musica e le sue canzoni fa da contrappunto alle tante, tantissime parole del discorso-scontro che si mette in moto tra i due protagonisti. Quello che abbiamo raccontato, infatti, è solo il pretesto narrativo che serve a Severgnini per mettere in scena un confronto tra due generazioni, quella dei padri cinquantenni che sperano di avere un po’ di verità in tasca (o nel trolley, in questo caso) e quella dei figli ventenni che di certezze ne hanno ben poche. Il modo di raccontare, di scrivere, di parlare proprio di Severgnini ha già in se qualcosa di teatrale, elemento che l’autore-attore riesce a sfruttare perfettamente nello spettacolo, interpretando un se stesso a cui, non c’è dubbio, piace molto dare consigli; lo fa con una competenza e una dose di spirito tale che, come dice l’attrice in scena, risulta essere preciso ma non pedante. Gli argomenti affrontati sono tantissimi, dettati di volta in volta da ricordi, sensazioni, esperienze: da come scegliere ristoranti e valigie, alle regole per affrontare il mondo del lavoro ai tempi della crisi, dalla provincia letargica all’immigrazione. Questo duello tutto verbale è accompagnato da una valanga di citazioni, che vanno da Cesare Pavese a Dino Buzzati, dallo “Stoner” di John Williams alle “Notti bianche” di Dostoevskij, da Ivano Fossati a Bruce Springsteen, da De Gregori a Lucio Dalla. E poi i film: da “Lost in translation” a “L’attimo fuggente” da “The Terminal” a “Tra le nuvole”, e si potrebbe continuare a lungo. Col procedere della storia, con il graduale trasformarsi dello scontro in comprensione reciproca, sembra venir fuori la parte più sincera dello spettacolo e delle intenzioni del suo autore, quella che fa capire che questa è un’opera pensata soprattutto per i figli, il proprio innanzitutto, ma anche quelli tra il pubblico: quei ragazzi a cui i genitori, secondo un proverbio tunisino, devono dare solo radici e ali. Alla fine questo viaggio solo pensato, ricordato, evocato serve soprattutto al più grande dei due viaggiatori momentaneamente immobili, quello convinto che “se uno a 50 anni non capisce che deve ridare qualcosa indietro è proprio un cretino”, ma anche consapevole che chi sta a sentire ha la libertà di ascoltare tutto, tenere quello che vuole, e gettare via il resto.

Gianluca De Santis 31/01/2016

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