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Con Antonio Latella, dal cinema al palcoscenico: il viaggio claustrofobico nella testa di Veronika Voss

Quali definizioni potremmo trovare per uno spettacolo complesso come “Ti regalo la mia morte, Veronika” della compagnia Stabile/Mobile di Antonio Latella? Teatro meta-cinematografico? Cinema meta-teatrale? Nessuna di queste sarebbe mai abbastanza esplicativa del gioco di specchi che costringe lo spettatore a compiere un notevole sforzo di comprensione. I due linguaggi sono citati l’uno dentro l’altro: una macchina da presa sul palcoscenico, un telo per proiezioni sullo fondo, uno spettatore-attore seduto in platea che interpreta l’amante di Veronika Voss, protagonista dell’omonimo film del regista tedesco Rainer Werner Fassbinder al quale lo spettacolo di Latella rende omaggio.
Non sarebbe neppure del tutto esaustivo affermare che Monica Piseddu – vincitrice lo scorso anno per l’interpretazione di “Alcesti”, con la regia di Massimiliano Civica, del Premio Ubu come Migliore attrice – veste i panni della protagonista della pellicola, perché il regista fa entrare in gioco un dispositivo scenico che utilizza la frontalità dell’interprete per riflettere sull’evento teatrale che si sta svolgendo; per cui, Monica Piseddu è, sì, la fragile Veronika Voss, ma anche se stessa, l’attrice che deve interpretarne il ruolo e regalare ogni sera la sua morte allo spettatore. Lo sguardo di Antonio Latella non si limita semplicemente a citare quel dispositivo che si è tentati di definire – secondo una formula abusata e forsanche superata – “meta-teatrale”. Va oltre. Eleva a potenza tale meccanismo per offrire allo sguardo un’altra visione, quasi cerebrale, una sorta di viaggio turbolento e allucinatorio dentro la testa di Veronika.
“Veronika Voss” di Fassbinder, girato nel 1981 e uscito l’anno successivo, costituiva l’ultimo capitolo di una trilogia che metteva insieme diverse figure celebri nella Germania post-bellica, e riprendeva in qualche modo il tema magistralmente affrontato da Billy Wilder nel suo “Sunset Boulevard”, di un’attrice di successo che si guardava sfiorire in un presente dominato da nuove, più fresche icone.
Del rapporto tra la pellicola di Fassbinder e lo spettacolo in questione, nonché del lavoro portato avanti dal regista insieme alla compagnia, si è discusso mercoledì 3 febbraio all’indomani della prima al Teatro Argentina, durante l’incontro di presentazione dello spettacolo moderato dal critico Andrea Porcheddu. Presenti, nella Sala Squarzina che ha ospitato l’evento, alcuni attori che soltanto un’ora dopo sarebbero saliti sul palcoscenico per la prima replica romana: Annibale Pavone, Valentina Acca, Caterina Carpio, Maurizio Rippa e, naturalmente, Monica Piseddu. Tra gli uditori c’era sia chi aveva visto lo spettacolo la sera precedente sia, ovviamente, chi lo avrebbero visto la sera stessa. Per questa seconda categoria di persone, l’incontro dev’essersi rivelato una sorta di evento scenico a sé stante, una performance surreale in cui un gruppo di attori cerca di promuovere uno spettacolo impossibile da rappresentare: citano colpi di scena, effetti speciali di luci e ombre, un’invasione di scimmie bianche (che saranno alcuni interpreti in costume), un attore seduto in platea, la proiezione di un film.
Raccontata in questi termini, la presentazione dello spettacolo sarebbe potuta apparire, con piacevole sorpresa, uno scherzo verbale, una “supercazzola” di monicelliana memoria. E invece, no. Nello spettacolo c’è tutto questo e altro ancora, Signori.
Proprio gli attori, su invito di Andrea Porcheddu, hanno focalizzato l’attenzione sulla grande complessità del lavoro, sia dal punto di vista estetico sia performativo, e su quanto esso chieda allo stesso spettatore uno sforzo particolare, diverso, perché si tratta di un lavoro che «rompe totalmente le dinamiche del palcoscenico e le porta altrove». Annibale Pavone, l’interprete dell’amante di Veronika, Robert Krohn, resta seduto in platea, «si guarda recitare» in bilico tra realtà e finzione scenica: «è un attore che fa lo spettatore che guarda l’attrice» e, ha aggiunto, «non è tanto il personaggio del film di Fassbinder quanto quello de “La rosa purpurea del Cairo” di Woody Allen, un personaggio che ha una spavalderia verso questo mondo che lo affascina».
Andrea Porcheddu ha poi domandato agli attori quanto spazio avesse lasciato loro il regista per lo sviluppo del proprio personaggio, cercando di individuare il contributo di ciascuno alla drammaturgia dello spettacolo, che agli occhi del critico romano appare come una partitura molto serrata; hanno risposto che nonostante la presenza di una «macchina molto rigida» qual è tale partitura, un lavoro autentico, personale, sulla funzione rappresentativa del singolo attore non è stato negato.
«All’inizio si aveva l’impressione che Latella avesse in mente già tutto», ha asserito una delle attrici che ha indossato la “pelle” di scimmia nello spettacolo, aggiungendo che in origine il costume non le permetteva di sentirsi troppo a suo agio, «bisogna entrare nella chiave dell’allucinazione, perché Veronika è già alterata, lo spettacolo è la sua testa e le scimmie sono le proiezioni di Veronika». Il disagio dell’attore pare essere stato addirittura ricercato da Latella. Gli attori hanno confidato di sentirsi, a contatto con il regista campano, sempre come se lavorassero sull’orlo di un precipizio.
Tra i temi interessanti dello spettacolo, la svestizione: «il corpo [delle scimmie, ndr] che diventa carne», legato a quello della «dipendenza». Veronika, attrice, non può fare a meno di unire la recita della vita alla vita stessa, per questo subisce la recita e la fama come due ossessioni. Dove muore l’una, in pratica, muore anche l’altra. «Siamo tutti drogati», ha affermato Monica Piseddu, che con le sue parole ci ha accompagnato durante il viaggio asfissiante, claustrofobico, dentro la mente di Veronika Voss. Perché «la vera malattia del contemporaneo è l’ossessione a essere vivi».

Renata Savo 11/02/2016

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