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Da Vişniec a Fosse: l'altra parte di Întâlnirile Internaționale de la Cluj

Cluj è una città dalle sembianze mitteleuropee, ha architetture che ancora respirano l’aria di inizio ‘900 e si mescolano alle linee gotiche delle sue chiese imponenti; qui l’università è un punto di forza per l’intera nazione (siamo a Nord Est, a un passo dall’Ungheria, infatti una buona parte della popolazione parla anche la lingua magiara) e la cultura è diventata espressione completa e necessaria per la crescita e lo sviluppo del paese intero. Oltre alla rassegna di teatro internazionale “Întâlnirile Internaționale de la Cluj” di cui parleremo (e di cui abbiamo già parlato nel resoconto di Tommaso Chimenti: https://www.recensito.net/teatro/festival-internazionale-cluj-resoconto.html), prodotto e organizzato dal Teatro Nazionale, Cluj (Capitale Europea dei Giovani nel 2015) ospita e organizza importanti rassegne: uno dei più grandi e importanti festival di cinema dell’Europa Orientale, il Transilvania International Film Festival; nel Teatro Ungherese va in scena, a cadenza biennale da oltre dieci anni, il Festival Internazionale Interferences che porta in città grandi nomi da tutto il mondo (nell’edizione di quest’anno ci sarà anche l’”Elvira” di Toni Servillo); il Comedy Cluj International, festival di cinema con incursioni nella Stand-up comedy.

Povesti de dragoste - foto (1).jpg“Întâlnirile Internaționale de la Cluj” giunge quest’anno all’ottava edizione e si è allineata ai festeggiamenti per i 100 anni dalla nascita della nazione, dedicandole la programmazione, quasi esclusivamente concentrata sulla drammaturgia rumena. Una scelta che ha ripagato la rassegna diretta dal regista Mihai Măniuţiu e da Stefana Pop-Curseu, con platee sempre piene, composte, giovani e attente, che si servono del teatro come fosse pane quotidiano. Un elemento che certamente ci ha colpiti, l’entusiasmo che si respira sopra e sotto il palco.
Se nel suo reportage Chimenti si è concentrato su testi importanti in spazi off, in questo caso segnaliamo gli spettacoli a nostro avviso più meritevoli visti tra il Teatro Studio e il Teatro Nazionale, cuore pulsante dell’intero festival. Testi universali dicevamo, sia per le penne che per i temi come nel caso di “Love stories at first sight” tratto dal testo di Gabriel Liiceanu, Adriana Bittel, Ioana Pârvulescu, Radu Paraschivescu e Ana Blandiana. Cinque racconti per cinque personaggi, cinque modi per tessere le fila di un tema universale e che non conosce differenze di lingua, etnia, colore e che ci conduce spesso a un senso di immedesimazione spontanea e sentita. Cinque quadri, cinque attori sulla scena che sembrano interpretare se stessi, fatti realmente accaduti o che non fatichiamo a credere tali, su un piccolo palco che cambia fisionomia ed elementi in base all’atmosfera che quel tipo di amore vuole trasmettere. Il regista Tudor Lucanu adatta il racconto in uno spazio intimo senza troppi surplus Povesti de dragoste - foto (6).jpgscenografici e si serve della bravura estrema degli interpreti (su tutti il potente e viscerale Radu Largeanu) che divertono e commuovono in un esercizio di totale “onestà” con il pubblico. Da sottolineare l’uso abile di un velatino digitale (unico elemento scenico d’impatto) che se da un lato sembra dividere il pubblico dalla scena, dall’altro ne stimola l’interazione e la comprensione immediata. Così è, ad esempio, nell’ultima storia, dove l’esperto e posato Ioan Isaiu interpreta un angelo della morte (o della vita) arrivato in terra per alleviare le sofferenze dei malati terminali e di cui si innamora una giovane infermiera: l’uso di questa “quarta parete” digitale è quasi trascendentale, con immagini astratte e cosmiche il cui andamento viene sottolineato da una colonna sonora adeguata proiettandoci così immediatamente in uno stato extrasensoriale.

Ben più terreno e viscerale è “On the sensation of resilence when treading on dead bodies” di Matei Vişniec, la pièce che ci ha maggiormentDespre senzatia de elasticitate - foto (2).jpge colpiti sia per la potenza e l’intensità del testo che per la complessità visionaria della messa in scena di Răzvan Mureșan (regista e scenografo). L’autore, uno dei drammaturghi rumeni più prolifici, ha scritto il testo nel 2009, su richiesta, in occasione dei cento anni dalla nascita di Eugène Ionesco e tutta l’opera ne è un esplicito omaggio fino a presentare al pubblico il suo primo importante personaggio, la Cantatrice calva che qui finalmente appare.
La narrazione si svolge nella Romania comunista, in piena dittatura, periodo di censura, di manipolazione della parola e del pensiero, durante il quale l’Unione degli scrittori di partito veicola la propria comunicazione, le proprie parole, appunto, verso l’indottrinamento ai valori della patria. L’eroe dello spettacolo è il poeta Sergiu Penegaru, il quale, a differenza di molti colleghi, cerca di preservare i propri valori letterari, prendendo le distanze dal volere del partito, continuando la propria opera morale e la traduzione nel paese delle opere di Ionesco. Una libertà di pensiero e di parola che pagherà con la privazione della libertà personale, la prigionia prima e la morte dopo, in seguito a stenti e malattia.
L’opera di Vişniec, da sempre impegnato in un teatro politico impregnato di verità e giustizia, è un tributo al drammaturgo rumeno suo predecessore ma anche fortemente autobiografica, un’eredità che qui viene affidata a Penegaru (Matei Rotaru potente ed emozionante) e ai suoi ideali, un fil rouge comune che unisce i tre scrittori (quello inventato di scena, l’autore e il drammaturgo de “La Lezione”): Parigi, dove Ionesco ha vissuto, dove Vişniec vive dal 1987, anno in cui ha ottenuto l’asilo politico, dove Penegaru sarebbe voluto scappare. Un progetto che si consuma e si esaurisce però tra i tavolini del bar dell’Unione e la cella della prigione, gli ambienti dove si svolge la vicenda nella sua quasi totale interezza, interni claustrofobici e fumosi, metafore perfette della condizione di vita del protagonista, chiusa, Despre senzatia de elasticitate - foto (1).jpgripiegata su se stessa, senza vie di fuga; a dar respiro all’atmosfera oppressiva, i sogni e le allucinazioni del poeta stesso, momenti rarefatti e intensi in cui parla e si confessa con la Cantatrice calva, suo alter ego e vera ossessione quasi amorosa, con lo stesso Ionesco, ma anche con Camus e Breton. Nei suoi stati mentali alterati prende vita il senso del teatro dell’assurdo del grande drammaturgo rumeno, i carcerieri hanno teste di Rinoceronti (un passaggio che ci ha ricordato il Riccardo III, sempre di Vişniec, anche per la violenza silente dei personaggi), gli orologi segnano immancabilmente le cinque del pomeriggio, l’ora del the (elemento borghese ripetuto nella Cantatrice calva ma che nel testo di Vişniec decade completamente) e le Sedie vengono usate come elementi fondamentali, i dialoghi sono spesso surreali e densi di un’ironia acuta e cinica.
La denuncia di Vişniec passa qui attraverso un omaggio al teatro e al senso dello stesso, un omaggio al pensiero di Ionesco e alla poesia come elemento rivoluzionario: il poeta è il modello umano in cui Vişniec si rispecchia facendo fluire la propria personale esperienza, il proprio amore per il teatro dell’assurdo, la propria visione della letteratura e della vita.

Tra gli spettacoli andati in scena sul palco centrale segnaliamo tra tutti “Rambuku” di Jon Fosse, certamente uno degli autori maggiormente rappresentati in Europa, qui adattato da Anca Măniuţiu con la regia di Mihai Măniuţiu.
Il grande spazio scenico del Teatro Nazionale dà largo a molteplici interpretazioni di questo testo altamente metaforico, dove i temi cari a Fosserambuku01_resize.jpg tornano prepotentemente - incomunicabilità, assenza di empatia, incapacità di costruire rapporti – e mescolati all’interpretazione registica e al testo coreografico composto della brava coreografa e danzatrice Andrea Gavriliu aumentano la propria potenza semantica. Un grande muro che si apre, si rompe, si scompone (la scenografia di Adrian Damian è un elemento centrale alla buona riuscita dello spettacolo) è il filo su cui i protagonisti si muovono, due giovani innamorati che hanno perso il senso della vita e dell’amore stesso e che attendono la venuta di Rambuku, la terra promessa, l’Eden eterno, la pace imperitura. Attorno a loro decine di anime come fiammelle dell’Inferno compongono i quadri della narrazione, una sorta di via crucis senza Cristo né croce ma con al centro le vicende di un popolo e della propria terra promessa, il popolo ebraico: c’è il Muro del pianto, ci sono gambe che diventano svastiche, libri gettati nel fuoco, corpi deportati, fili spinati. Segni, immagini potenti ed efficaci che ci vengono restituiti grazie a un impianto coreografico d’impatto e ben costruito, nonostante i danzatori fossero attori e non ballerini professionisti, il pensiero di Andrea Gavriliu ci ha ricordato il teatro di Maguy Marin e quella profondità poetica e, al tempo stesso, estremamente fisica, fiammeggiante e cupa, che turba e stupisce, andando a compensare con polpa e sostanza il silenzio che rimbomba spesso nel testo di Fosse.
La ricerca del paradiso perduto si infrange su un cumulo di corpi nudi accatastati che ci ha ricordato i cadaveri ammassati nei campi di concentramento, una lenta e soffusa giostra della morte che ci ha ipnotizzato per la pienezza di elementi figurativi (tra luci e scenografia ragionata) ed estetici (dipinti di Goya) per poi svuotarci, subito dopo, dello stesso senso di bellezza di cui la pièce stessa ci ha alimentato fino a quel momento. Uno spettacolo visionario e doloroso.

Giulia Focardi 29/10/2018

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