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Cent’anni d’autunno: “L’ultima estate dell’Europa” al Teatro India

«Le più puttane troie scrofe merdose porche ladre e boia forme del creato» sono davvero le mosche di Gadda in “Giornale di guerra e di prigionia”?
O sono forse gli “uomini” raccontati da Giuseppe Cederna in “L’ultima estate dell’Europa”?
Lo spettacolo da lui scritto e interpretato è andato in scena al Teatro India dal 19 al 21 maggio, per la regia di Ruggero Cara. In occasione del centenario dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, Teatri di Roma propone una serie di spettacoli in ricordo di quello che è stato il primo conflitto mondiale. 80 minuti di un monologo in costante dialogo con i polistrumentisti Alberto Capelli e Mauro Manzoni, che sostengono e interagiscono con l’interprete. La musica non è accompagnamento, è parte attiva nello sviluppo narrativo del racconto, eco della voce attoriale, riproduzione enfatica di realtà e stati d’animo.
Cederna rievoca i momenti cruciali di quella guerra che, dall’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, ha portato l’autunno in Europa e l’inverno in chi l’ha vissuta. Un viaggio fisico e mentale dentro il conflitto, un racconto che declina diversi ultimaestate2registri linguistici per dare voce a un uomo, un testimone, un naufrago, un sopravvissuto. Alle sue parole si uniscono quelle di tutti gli italiani che hanno preso parte allo slancio bellico e al suo declino, lasciandone in qualche modo una traccia. Da Marinetti a Gadda, da Ungaretti a Trilussa, fino alle lettere dalla trincea di persone comuni: frammenti che insieme ricostruiscono l’iter che ha portato l’Italia dall’euforia alla disillusione, dal mito alla tomba degli ideali.

I luoghi della guerra
“L’ultima estate dell’Europa” sfrutta un unico “luogo” per raccontare i “luoghi” della guerra. Sul palcoscenico soltanto una piramide composta da sacchi di sabbia. Ma al centro della struttura uno spazio dove la tregua trova forma in una piccola cava di legno. Cederna scende e risale continuamente sulla sua “zattera” che è Sarajevo, l’Alessandria d’Egitto di Ungaretti, il podio di Marinetti, la trincea dei poveri soldati, ma anche la sede dove il Generale Luigi Cadorna decide di dare in pasto l’Italia alle nazioni “cattive”. La scenografia, curata da Rosanna Monti, è infatti pensata come un insieme di elementi multifunzionali, capaci di rappresentare più cose allo stesso tempo. L’attore per offrire materia alla narrazione muove i sacchi trattandoli ora come persone ora come oggetti. Ad aiutare il cambio di scena anche l’illuminazione, di cui si è occupato Giuseppe La Torre, fondamentale per segnare i passaggi tra una fase e l’altra del racconto. Mentre il buio e le luci si succedono dando vita a diverse prospettive, la “musica” delle bombe fa da sfondo alle parole drammatiche o poetiche del personaggio. Ma la “zattera” sarà anche la fossa comune in cui i nemici si riconosceranno solo come uomini. Allora i sacchi appaiono come corpi uniti dalla stessa carne, dallo stesso colore e dallo stesso peso.

Il racconto della guerra
La guerra passa attraverso i racconti dei suoi protagonisti: soldati, ovvero persone comuni persuase da ideali di conquista e facili trionfi. “L'ultima estate dell'Europa” è anche un susseguirsi di testimonianze che rivelano l'anticlimax di certezze, la presa di coscienza e infine il disincanto di un sogno che ha portato solo morte e distruzione.
ultimaestatesitoDall'euforia dei futuristi fino all'angoscia del fronte: eccitazione, entusiasmo, ottimismo, contrapposti alla disperazione, allo sconforto e a quel senso di resa totale alla vita. Marinetti pensava alla guerra come alla «sola igiene del mondo», una lotta di persone ma soprattutto di popoli, uno slancio vitale in grado di purificare dalla «pietas del passato». Ma la vita di trincea vede solo «bocche digrignate», uomini fragili come «foglie d'autunno», «compagni massacrati» e lettere piene d'amore. Cederna consegna se stesso a queste testimonianze, le assimila identificandosi con chi, ispirato da quei contesti, le scrisse. La sua voce si gonfia di ira quando parla come quel soldato sprofondato tra l'odore acre dei cadaveri e i piedi sporchi di fango. Si lascia invece elettrizzare dall'eccitazione di questo insolito avvenimento quando riporta i resoconti dei giornali, i discorsi di Cadorna, le convinzioni degli interventisti.
Dalla prosa alla poesia, da tutto il detto ma soprattutto il non-detto, si ricostruiscono i tasselli di una storia che sembrava essere il momento di una nuova rinascita, ma che ha rappresentato solo l'inizio di tante fini.

La religione della guerra
In principio Dio creò l’uomo, a sua immagine e somiglianza lo creò, e gli parve di fare cosa buona e giusta. Ma non era cosa così giusta dopotutto, e nemmeno così buona. E l’uomo lo dimostrò più e più volte nel corso dei secoli.
Nell’essere umano, nel suo sangue, scorre la volontà di sopraffazione e di dominio sull’altro, i sentimenti di orgoglio e di superbia. Questi costituiscono da sempre e per sempre costituiranno le vere ragioni dei conflitti: la storia in quanto tale non insegna, perché il DNA non si cambia.
Abramo forse non sacrificò un capro al posto del figlio - denuncia Cederna nella scena iniziale - ma sgozzò proprio il suo unigenito, non riuscendo a imbrigliare quella naturale vocazione alla violenza. L’uomo è un magma di passioni ed emozioni ultimaestate3da direzionare verso qualcuno o qualcosa, un riferimento da superare, un’eccellenza a cui puntare, un premio da conquistare. E per soddisfare questa sua natura competitiva spesso sceglie strumenti forti, virulenti e dominanti, tripudio dei quali è la guerra.
Ma fare della guerra una divinità, una fonte unica di potere e giusto riconoscimento, è il sistema più rapido per precipitare nella massa omogeneizzante della disperazione. E’ la strada più veloce per diventare spettri umani in una poltiglia di sangue e tragedia, in continuo contatto con morte e paura. E’ il viale verso la caduta delle speranze e della pietà, degli ideali e di quei sogni di gloria che solo poco prima avevano guidato un “trionfale assalto” al “nemico”.
La sola arma contro la terribile calamita della guerra è il ricordo, strumento per acquisire consapevolezza dei limiti di un’umanità preda delle proprie voglie, ma capace anche di grandi sensibilità e profondi gesti solidali. Non dimenticare dunque, ma nemmeno crogiolarsi nel pessimismo esistenziale: imbracciare le armi della conoscenza per combattere con i mostri che abbiamo dentro, e che mai possiamo e dobbiamo considerare distrutti.

Elisabetta Rizzo, Laura Sciortino, Giulia Zanichelli 21/5/2016

Intervista a Giuseppe Cederna: http://www.recensito.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=14948:intervista-a-giuseppe-cederna-attore-scrittore-e-viaggiatore-che-racconta-la-grande-guerra-nelle-scritture-di-poeti-e-combattenti&Itemid=145 

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