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I mille volti di Cenerentola: da Perrault a Walt Disney, la riscrittura di Pommerat e la regia Fabrizio Arcuri

È operazione comune che narratori e drammaturghi decidano di raccontare un mito consolidato, pur con differenze notevoli di versione in versione, secondo punti di vista inediti, per disvelarne i sottintesi nodi psicologici o esplicitarne i tabù più nascosti. Questo il caso di Joel Pommerat, autore di teatro francese che, con “Cenerentola”, “Pinocchio e “Cappuccetto Rosso”, si pone proprio tali obiettivi. Nello specifico, la sua “Cendrillon” (francese per “Cenerentola”) si inserisce nel filone tracciato originariamente da Giambattista Basile e Charles Perrault nel diciassettesimo secolo, e dai fratelli Grimm nel diciannovesimo.
La versione più vicina a Pommerat nei toni, più che nel tempo, è quella del suo connazionale Perrault. Questi epurò i tratti più cupi e violenti del racconto di Basile, probabilmente per narrare la fiaba a corte a un pubblico aristocratico. In Basile, infatti, Cenerentola (anzi, “Zezolla”) uccide la sua prima matrigna per far sposare al padre la sua istitutrice, che si rivelerà, tuttavia, ancora più crudele. Colpa e espiazione vengono rimossi da Perrault, al loro posto trova rifugio una sofferenza generosa, cristiana, con cui Cenerentola affronta la vita di sacrificio che le è capitata, suo malgrado. L’accettazione del proprio destino, successivamente ribaltato, è alla base anche della versione Disney, ancora più edulcorata e allegorica. Cene1L’infelicità colpisce gli ingiusti mentre, chi è di cuore puro, viene premiato con agio e ricchezze. A legare i due mondi, più che una zucca trasfigurata, lo strumento simbolico della perraultiana scarpetta di cristallo, grazie al quale l’amore salvifico del Principe potrà ritrovare la sua destinazione naturale.
Sebbene da questa fonte prenda il via il dramma di Pommerat, vi si discosta anche con decisione antitetica. Pur astenendosi da crude violenze tipiche della fiaba originale, centrali nella versione dei Grimm, l’autore teatrale francese riscopre le delicatezze nervose di un dramma familiare e psicologico. Il buio, quindi, ritrova spazio sulla scena, si fa esso stesso scenografia, delimitata da pareti invisibili e luci fatiscenti. Pommerat non manca di donare al racconto sfumature moderne che impreziosiscono di inquietudine il trauma della protagonista: l’incomunicabilità diventa primo e ultimo antagonista, generato dall’incapacità di elaborare lutto e dolore. Cenerentola, all’anagrafe Sandra, non comprende (o non vuole comprendere) le ultime parole di sua madre, la cui sopravvivenza demanda al ricordo ossessivo, scandito letteralmente da cinque minuti di orologio. È il ritorno della colpa di Basile, per riparare alla quale la ragazza si sottoporrà volentieri a qualsivoglia tormento di matrigna e sorellastre, anzi, spesso superando per scelta la loro stessa immaginazione.
Lo stesso Principe, denudato di prestigio e autorevolezza che si è soliti associare al suo ruolo, è un ragazzo impacciato, goffo, frenato dallo stesso trauma e dalla stessa incapacità di accettare la morte della madre. Sarà Cenerentola, altra metà di una complementarietà predestinata, a mostrargli la strada, severa ma giusta, della realtà. La ragazza diviene medicina per sé e del Principe, la cui gratitudine sarà incarnata dal dono di una scarpa, regale sì, ma ben lontana dal cristallo. Affetto e gratitudine ben più comuni, quindi, sostituiscono l’amore fiabesco, in una storia che non conduce due giovani da un mondo di miseria e solitudine a uno di sentimenti e ricchezza, ma dall’infanzia all’età adulta.
Cene2Dalla riscrittura di Joel Pommerat, arriviamo infine ai giorni nostri, con la messa in scena di “Cenerentola”, seguita a breve distanza da “Pinocchio”, di Fabrizio Arcuri, con gli attori dell’Accademia degli Artefatti, al Teatro India di Roma (24-29 aprile). Arcuri si muove entro i limiti del testo francese, ne segue pedissequamente le suggestioni verbali e psicologiche. Quel che si trasforma ulteriormente, nella sua visione, è la scena: da cupa si fa più grottesca, colorata da incursioni pop, musicali (Bob Dylan, Madonna, Gary Jules) e non. La voce narrante, impersonale in Pommerat e accompagnata da un mimo, viene incarnata da un personaggio altrimenti partecipante, dotato di microfono. Il gioco di specchi si moltiplica, con frequenti spunti di meta-teatro. La ricerca dell’autore francese, la sua decostruzione psicologica della fiaba, ben si prestano a un approfondimento scenico sull’identità del racconto drammaturgico. Di contro, l’aspetto e l’azione godono di nuova leggerezza, ricercano all’interno della moderna complessità di contenuti un’allegria e una joie de vivre quantomeno post disneyane. Una contaminazione dal sapore vagamente burtiano, una Cenerentola nel paese delle non-meraviglie che a secoli dalla sua nascita si ostina, con merito dei propri interpreti, a ringiovanire.

Andrea Giovalè 28/04/2018

Recensione di "Cenerentola" di Fabrizio Arcuri: http://www.recensito.net/teatro/cenerentola-fabrizio-arcuri-teatro-india-fiaba-moderna.html

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