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Binasco scaccia Pasolini dal Porcile

Se una metafora viene svuotata della sua carica simbolica, cosa resta e come cambia il suo significato?
È la sfida coraggiosamente posta da Valerio Binasco nella sua personalissima lettura di "Porcile", opera teatrale di Pier Paolo Pasolini che nel 1969 diventa un film.
Il regista piemontese ha l’obiettivo di raccontare il dramma familiare e umano di una famiglia borghese, una storia “empatica e capace di dare emozioni”, lottando contro lo stesso Pasolini che, secondo il regista: “Avrebbe detestato una messa in scena come la mia, non straniata, non concettuale”.
Germania, 1967.
Julian è l’ambiguo giovane erede di un impero industriale.
Ida è morbosamente innamorata di Julian.
Julian non ama Ida.
Julian ama i maiali, letteralmente.
A scoprire il suo segreto è il signor Herdhitze, rivale in affari del signor Klotz, padre di Julian, il quale tenta di servirsi dell’informazione per un ricatto, ma che è a sua volta ricattato dal padre del giovane, al corrente dei suoi trascorsi di criminale di guerra. Lo scontro tra i due si risolverà con i festeggiamenti per la fusione delle rispettive aziende durante la quale il protagonista farà visita al porcile della tenuta paterna per l’ultima volta, lasciandosi sbranare dai suoi amati maiali. Julian è due volte vittima: dei maiali in quanto animali e dei maiali metaforici, i padri capitalisti e borghesi, nel simbolico porcile della Germania del boom economico degli anni Sessanta.
La società neocapitalista è dotata di un enorme ventre onnivoro al quale è impossibile sfuggire, come dimostra il tragico destino di Julian, vittima di un potere cinico e osceno: il giovane rifiuta la civiltà moderna e per questo sceglie di essere «martirizzato» mentre si celebra la festa per la fusione, simbolo della continuità del potere borghese con il nazismo. Il suo martirio richiama il tragico destino degli schiavi e degli Ebrei, ma è anche un atto di rifiuto assoluto di quella modernità che ha portato l'intera umanità sull'orlo dell'abisso: per sottrarsi all'immondo porcile metaforico della storia borghese, Julian deve recarsi nel porcile reale e offrirsi in olocausto.
Se da una parte Julian è la vittima sacrificale del Potere, dall'altra il suo martirio è vissuto come un atto d'amore: proprio come il sacrificio dei martiri cristiani.
Nell’opera di Pasolini assistiamo a un totale rovesciamento dei valori: da una parte, gli animali diventano oggetto d'amore; dall'altra, gli uomini vengono animalizzati.
Lo zoomorfismo grottesco dei rappresentanti del capitalismo sfocia in un continuo autosarcasmo: maiali è una parola dotata di una straordinaria polisemia e per questo volutamente abusata durante lo spettacolo.
Oltre che parole polivalenti, i maiali sono una metafora. L’attrazione provata per i suini è vissuta come un amore tragico: Julian può amare sessualmente solo i maiali, nel loro porcile. Impossibile non vedere nella zooerastia una rappresentazione metaforica dell'identità omosessuale come devianza.
In Pasolini i personaggi sono casi limite, quasi dei simboli e in questo risiede la loro potenza espressiva e sovversiva, nella loro polisemia e capacità di rimandare continuamente ad altro. Binasco si sforza inutilmente di farli diventare delle persone, svuotandoli dei loro significati e riducendoli inavvertitamente a meri segni.
Più che a una personale lettura, lo spettatore si trova davanti un’operazione di cucito in cui parti del testo originale vengono tagliate e riassemblate insieme, in un patchwork teatrale fatto con materiali pregiati ma selezionati e uniti secondo criteri discutibili.
Il regista apre il conto con l’autore di "Porcile" ma non riesce a chiuderlo, svuota i simboli dei rimandi senza sostituirli, si limita a scarnificarli.
La crudele favola allegorica di Pasolini è vittima di una spoliazione nel tentativo di trasformare una parabola in dramma borghese.
Binasco è un regista di storie. Se voleva raccontare una storia di umanità eliminando i rimandi e i riferimenti che formano il sottotesto di Porcile, ha scelto l’opera sbagliata. Il tentativo di introdurre nello spettacolo un clima di tenerezza umana e di pietà è riuscito, ma a un prezzo altissimo perché nell’opera c’è troppo per essere ridotto a dramma familiare, pur complesso che sia.
Il regista decide di mettere al centro della sua rilettura il problematico rapporto padre-figlio, da intendersi come amore inespresso, ma ogni scelta presuppone delle esclusioni e nel desiderio di raccontare una storia che ha al centro gli uomini, ha escluso troppo rifiutandosi di vedere tutto il resto.

Imma Amitrano 21/02/2016

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