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Ben Hur: al Teatro Vittoria di Roma Nicola Pistoia mette in scena le due facce dell’immigrazione

Ben Hur supera le 400 repliche con l’attuale messa in scena al Teatro Vittoria di Roma, dove resterà fino al 4 novembre prossimo. Se uno spettacolo raggiunge questa età lo deve senza dubbio alla capacità di intercettare un conflitto persistente nella società. Non è difficile inquadrare quello del testo di Gianni Clementi, per la regia di Nicola Pistoia, con Nicola stesso, Paolo Triestino e Elisabetta De Vito a interpretare lo strano triangolo di personalità incastrate in un presente claustrofobico.
Un ex stuntman del cinema che conta, romano nelle ossa e nel cuore, finito per infortunio a fare il gladiatore in costume al Colosseo (Nicola Pistoia); sua sorella, una divorziata che si mantiene facendo i turni di notte per una linea erotica (Elisabetta De Vito). I due, in seri guai finanziari, saranno prima sconvolti negativamente e poi positivamente dall’arrivo di Milan, un immigrato clandestino bielorusso in cerca di lavoro, tuttofare nel più autentico significato del termine (Paolo Triestino).Ben Hur 3
Sarebbe facile, da qui, declinare le due ore di teatro interamente in chiave di immigrazione, di lotta allo stereotipo xenofobo. Tale questione è presente, beninteso, ma viene apparentemente risolta alla svelta, in nome di una necessità oggettiva. Il “sistema”, la società, non sembra opporre grande resistenza all’inevitabile legame di fratellanza che si stringe tra il romano-romanista Sergio e il bielorusso Milan, nonostante la lontananza culturale e linguistica.
A tal proposito, Paolo Triestino sfoggia un credibilissimo dialetto, straniero abbastanza da far sorgere il dubbio che lo sia lo stesso attore, ma non abbastanza da risultare incomprensibile. Da ciò una pletora di gag orchestrate, per la gran parte, dal regista-attore Nicola Pistoia: il suo Sergio è emblema vivente di una periferia fatta di tifo, autoironia e insulti benevoli al prossimo, volti a nascondere l’anima sentimentale e malinconica di un padre e fratello, nonché di un sognatore alla sua ultima chance di essere felice. Stesso dicasi per Maria, ansiosa e inconsolabile fino all’arrivo di Milan, che sembra in grado di interrompere un circolo vizioso di solitudine altrimenti irreversibile.
Ma qual è il prezzo di quest’intervento? Sergio e Maria sono davvero destinati a risolvere tutti i propri problemi e iniziare una nuova vita, insieme al nuovo arrivato? Così, lento e sottile, il conflitto emerge da una coltre di ironia e battute dolceamare fino a esplodere nel finale, bruscamente anticlimatico. Non è la società, in Ben Hur, a combattere lo straniero, ma l’opportunismo, l’ipocrisia e l’egoismo che, pur blanditi, resistono nel cuore di ognuno. È proprio questo dato alquanto scomodo su noi stessi a garantire allo spettacolo, dopo le prime 400, chissà quante altre repliche.

Andrea Giovalè
31/10/2018

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