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Torna la Beat Generation: all'Altrove Teatro Studio un tour tra musica, teatro e ricordi

È un tentativo percosso, protestato, colpito. Il desiderio di una via nuova, una maniera altra di esistere. È una forma cosciente e anticonformista fatta di alcol, psichedelia, colori, ribellioni. È la "Beat Generation", il fenomeno generazionale affermatosi tra la fine degli anni cinquanta sino alle prime luci degli anni settanta. Ottavia Bianchi, Marius Bizau e Giulia Nervi, attraverso la chitarra di Giacomo Ronconi e la narrazione di Giorgio Latini, hanno dato voce, note e anima in uno spettacolo essenziale, rievocativo, portato in scena ad un Altrove Teatro Studio gremito in ogni ordine di posto. "Beat generation", trascina nel titolo i caratteri di semplicità, immediatezza, libertà comunicativa che la rappresentazione offre allo spettatore.

Quattro musicattori con canzoni, testi, chitarra e microfoni che scambiano battute e ricezioni con un narratore, tessitore di raccordi ed aneddoti esplicativi. "Beat Generation" è un dispositivo semiautomatico per affastellare, sensazioni, curiosità, riavvolgendo il nastro dei ricordi in un viaggio spensierato e iconico che sfrutta il sound di brani che hanno segnato un’epoca. Arrangiamenti musicali inediti, genuini ma persuasivi. Una sfida probabilmente per il pubblico, certamente per gli interpreti, che si destreggiano abilmente in questa interessante sperimentazione artistica. Quest’ultima, diventa il mezzo per riassaporare capolavori come “Mr Tambourine man”, “Help”, “These boots are made for walking”, “The house of rising sun”, “I can’t get no satisfaction”. È il punto di contatto tra tormentoni e altre perle musicali meno conosciute. È una scampagnata musicale ricercata e organizzata in compagnia dei Beatles, di Nancy Sinatra, di Simon&Garfunkel. Insieme ai Rolling Stones, Bobbie Gentry, Procol Harum. Precise e stimolanti le armonizzazioni vocali proposte, che inducono ad una piacevole scoperta. Le tonalità scelte, spesso differenti dalle versioni originali, hanno il merito di sottolineare il talento canoro e musicale dei protagonisti (attori prima che cantanti), vestendo di un abito inusuale il sound dei brani in scaletta. Davvero apprezzabile l’arrangiamento esecutivo di “A Whiter shade of pale”. Intimistico, onirico, suadente, arricchito da un disegno luminoso confidenziale, che sembra riportare alla mente quella sana inquietudine da “Nouvelle Vague”. Il meccanismo interpretativo e narrativo ha il pregio di svelarsi sin da subito, procedendo attraverso uno stile manieristico ed un ritmo sostenuto da capo a coda. Forse meriterebbe un eccesso, un guizzo, un anelito di imprevedibilità che almeno in maniera esplicita non pare manifestarsi. Così, l’atto di ribellione rimane un po’ sulla soglia, nonostante tagli di capelli e costumi azzeccati. É una scelta che quasi lascia i puntini di sospensione all'epilogo, in luogo di un roboante punto esclamativo. Chissà. Probabilmente é solo il sintomo di un periodo artistico, culturale, sociale, forse non ancora terminato. Che chiede aiuto perché non riesce ad avere alcuna soddisfazione, diretto verso un luogo, una casa, ancora da scoprire. Dal sole nascente.

Francesco Caselli