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Attesa e mancanza al buio del “Sole”: lo spettacolo simbolista ed essenziale di Valentina Capone

Non c’è un palco rialzato al Teatro Brancaccino. “Sole”, il suggestivo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Valentina Capone, è andato in scena il 2 e il 3 aprile, a qualche piede di distanza dalla prima fila di spettatori.
Tira un grande vento al mare, i gabbiani si muovono a colpi d’ali e a suon di garriti cupi e striduli.
Al centro della scenografia essenziale c’è il sole alto e dorato che ascolta il fluire sciolto e silenzioso del tempo: è l’ora dell’attesa.
Su tre sedie sono sedute tre maschere, tre donne: Cassandra, Ecuba, Andromaca, cui presta il corpo la stessa Capone, che tra un cambio a vista e l’altro va e viene oltrepassando i confini della città con uno sguardo quasi allucinato. Il libero adattamento delle tragedie di Euripide “Troiane” e “Ecuba” ci porta nell’antica Grecia, accanto alle donne “Sole” rimaste prigioniere dopo la strage dei Troiani per mano dell’esercito greco.
C’è uno spazio per la morte? Dove vanno a finire le vite? E che differenza c’è tra un uomo morto e uno partito? Sul primo si ha una certezza, mentre quando si aspetta che torni un uomo dalla guerra non si ha mai la sicurezza sulla sua sorte. Per chi aspetta, essere vivo o morto è quasi la stessa cosa. La morte è di chi resta. L’attesa rende i giorni uno uguale all’altro, è immobilità, un leggero vuoto che si prolunga, una forma di profonda solitudine tra sogni e incubi, è nostalgia.
Eccole lì ancora una volta le donne troiane, come i fiori, come la luce del sole, come i tramonti, in movimento per allontanarsi e non per avvicinarsi, a ricordare la prima volta che hanno visto i loro mariti, con gli occhi splendenti pieni di sole. Sono figure femminili che fanno parte dell’immaginario collettivo, che inducono all’identificazione, sia pure fugace, di chiunque abbia conosciuto la pienezza e poi la mancanza.
Il filo conduttore di “Sole” è dato da Etora, un personaggio ironico e svampito, di pura fantasia, e l’improbabile amante del valoroso Ettore, il quale le ha lasciato il suo scudo tondo e dorato come il sole. Etora dalla parrucca rossa, in un buffo dialetto veneto, commenta l’azione e le apparizioni sulla scena dal suo punto di vista, spezzando il ritmo tragico e suggerendo al contempo un’altra dimensione in cui vivere il dramma; finché la guerra di Troia non diventa anche la sua e parte cercando di raggiungere il suo eroe.
La realtà è ambigua, bifronte. Quando l’attrice dà le spalle, indossa una maschera sulla nuca e agita le braccia. Se da un lato della medaglia prende vita il sogno, dall’altro vi è l’incubo.
La Capone, eclettica in un corpo sensuale, ex allieva attrice dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’amico, in questo lavoro sviluppa principalmente gli insegnamenti di Leonardo de Bernardinis, il suo Maestro e mentore.
Il risultato non è tanto uno spettacolo, quanto un evento d’arte performativo basato sul simbolo e sull’essenzialità, attraverso un grande lavoro con il corpo che danza in stretto rapporto con la musica.
Improvvisamente l’attrice si spoglia dei personaggi storici, una torcia la cerca squarciando il buio e la trova che avanza in proscenio, seminuda, mentre si copre i seni con le braccia conserte. Inizia il suo monologo rivolto ad un uomo che non c’è, l’attenzione si pietrifica sui suoi occhi assorti in un amore lontano e totalizzante: quella marea di parole senza punteggiatura, pronunciate velocemente in una perfetta immobilità, sono il fragile frammento di ogni donna.
Se qualche passo precedente della performance poteva risultare un po’ autoreferenziale, ora si apre del tutto il sipario sul teatro della Capone: il teatro dell’emozione a cui basta solo l’attore, che non cerca la trama ma l’abbandono.

Livia Filippi 05/04/2016

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