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Aspettare, stanca: il Calapranzi di Harold Pinter al Teatro Studio Uno di Roma secondo Brenna e Mortelliti

Sulla via periferica di una grande città capita un teatro; non un teatro dove si può sedere sopra al velluto, ma un varco che apre gli occhi su un cortile interno, pensato per la sorpresa della gente di trovare un cortile interno a separare due sale dove gli attori provano uno spettacolo ancora da costruire e debuttano per uno che sembra essersi costruito da sé.
Quando, in una delle due stanze, il buio diventa serrato, il pubblico siede e assesta gli ultimi movimenti; non potrebbe esserci alcun luogo romano che possa ospitare il "Calapranzi" di Harold Pinter se non il palco del Teatro Studio Uno. Pinter, che nel 1960 rappresentò il suo terzo dramma teatrale all'Hampstead Theatre di Londra, lo titolò "The Dumb Waiter" evocando il nome di Beckett e di Godot ma ancor più quello del loro tempo incerto e terrificato, di uomini resi ferini dall'attesa della compiutezza che sta nella verità.
Sergio Brenna (Ben) e Giuseppe Mortelliti (Gus) sono due anime delinquenti con l'imperativo di uccidere, quasi ogni settimana: glielo comanda il Calapranzi. Sui passi del loro dialogare si apre a ogni tonfo un'onda di vuoto che scosta il nevischio di polistirolo sulle assi del palco e sottolinea la vanità del temporeggiare con le parole. I due personaggi, nell'attesa di conoscere il volto di cui saranno i carnefici, arrivano a contendersi, in una battaglia di questioni a prima vista impigrite, l'uso di un'espressione del linguaggio popolare. Per meglio dire, persino la propria lingua è priva di identità e quasi totalmente spoglia dell'universalità, ora che si è inquieti e in solitudine l'uno di fronte all'altro.
Per la scenografia, Simone Martino ha voluto che sul proscenio fossero presenti frammenti di carbone e il bianco del polistirolo, in un cromatismo tanto contrastante da obbligare alla metafora; e nell'immediato è facile scambiare i tizzoni spenti, che i due attori stanno ben attenti a calpestare, per i ricordi frammentati che traspaiono il senso di inadeguatezza di tutta una vita. Alle loro spalle, il Calapranzi è uno stomaco vorace che inghiotte e restituisce i segnali del mondo di fuori, sugli intermezzi musicali di Francesco Leineri. Come plachi la sua fame, la realtà di un consorzio umano obbligato a obbligare, lo rivelano Brenna e Mortelliti nel miglior tempo teatrale che due amici, ancora prima di essere compagni di scena, sono stati in grado di guadagnare.

Francesca Pierri 12/02/2016

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