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La giovane danza e i suoi "Anticorpi" per divenire virale

PISA – La danza contemporanea è giustamente protetta da varie piattaforme sparse sul territorio. Ricordiamo la N.I.D., New Dance Platform, e “Anticorpi XL”. Proprio da quest'ultima sono stati selezionati dal direttore del Teatro Verdi di Pisa, Silvano Patacca, abile osservatore, attento e appassionato nell'intercettare le migliori espressioni artistiche, le tre proposte che sono state messe insieme in un'unica serata nella Chiesa di Sant'Andrea. Anticorpi, da oltre dieci anni attivo, è diffuso in quindici regioni italiane, ed ogni direttore di enti e strutture associato, può scegliere, all'interno della vetrina collettiva, tre spettacoli short (mezz'ora l'uno) per replicarli nelle proprie stagioni. Un movimento che funziona per promuovere, esaltare e far circuitare giovani compagnie (il limite di età è la famigerata soglia dei 35 anni) e permettere loro una visibilità e una distribuzione capillare. A Pisa sono andati in scena i movimenti e i corpi di Francesco Colaleo e Maxime Freixas in “Chenapan”, Siro Guglielmi in “Pink Elephant”, e le coreografie di Mattia de Virgiliis in “Monarch Antigone”. I ragazzi poi si sono confrontati con la critica ed esperta di danza Silvia Poletti in un incontro-dibattito aperto sempre molto istruttivo e utile, direi necessario, per far conoscere meglio (il pubblico non era numeroso ma attento) volti, percorsi, poetiche, slanci delle giovani figure.Chenapan ph Elisa Nocentini.jpg

Colaleo (che arriva da esperienza con la Biennale di Venezia, Roberto Zappalà e Monica Casadei) e Freixas, che lavorano tra l'Italia e Lione, nel loro “Chenapan” (traduzione “bravo monello”, quasi un ossimoro tenero e giocoso, da canaglia bonaria e sempre perdonabile) si completano e mettono sul piatto coesione e fisicità, controllo dei movimenti nel doppio e una carica che si spinge da un lato sulla comicità e dall'altro sul gesto ritmico acrobatico abbinato ad una musica ancestrale, potente e corroborante. Come rabdomanti si aggirano nella loro danza arcaica quasi alla ricerca dell'acqua, della vita o del Sacro Graal, con le loro bacchette, bastoncini che frusciano come spade o si battono al petto e sulla schiena come in molte cerimonie e riti propiziatori nel Sud del mondo. E' una lotta metaforica e tribale passando dall'imitazione di orecchie e code animalesche fino all'accensione di un fuoco primordiale, ora spadaccini adesso da arti marziali, coinvolgono nei loro circensi duelli da capoeira, fino a scoprire che la durezza di queste piccole aste usate fino a quel momento per colpirsi e offendersi si sbriciolano e si sfaldano in tanti pezzi del gioco dello Shangai che volano in aria e si sparpagliano al suolo: un invito alla leggerezza, che mai va scambiata con la superficialità, e a prendersi meno sul serio.

Chenapan3 ph Elisa Nocentini.jpgSiro Guglielmi si presenta nella sua mise da nuovo colorato Tarzan nella foresta. Il suo corpo si muove nella giungla forse cercando l'evocativo “Pink elephant” del titolo, un pachiderma fucsia simbolo e metafora di qualcosa di evidente, abbagliante da non potersi, né volersi, più nascondere nella fitta vegetazione. Un solo autobiografico che Guglielmi, formatosi tra Balletto di Toscana e Balletto di Roma, ci spiega: “E' nato dal desiderio di trasformazione in varie forme e modi. Una danza leggera, che tocca tra le altre anche l'arabesche, differenti modi di corporalità, tutti degni di esistenza, una ricerca mai pienamente soddisfatta sui differenti tipi di mascolinità che metto in campo, con un linguaggio ironico, giocando con l'essere maschio e tutte le sue sfaccettature”. Anche qui ritorna l'ironia per raccontare il reale, per delineare la propria fetta di mondo, il proprio vissuto e la personale visuale sulle cose.

Un duo, un solo ed infine un gruppo, quello diretto dal perugino Mattia de Virgiliis, con sei elementi, qui ridotto per lo spazio a disposizione (il comunque affascinante Sant'Andrea). Un occhio di luce al centro, come una botola folgorante,Pink Elephant ph Giovanni Oscar Urso1 c.jpg un atollo accentratore, un'iride di Ciclope, attira e respinge i sei catapultati dai ritmi asfissianti e tambureggianti che ricordano un corteo di protesta, una rivolta, una rivoluzione, come tanti petali di un fiore che si apre e sboccia, come un anemone di mare che respira scosso dalle onde e dalle correnti. Il coreografo, che viene dalla break dance e dall'hip hop ma che tiene sempre un forte legame con il teatro e definisce il proprio lavoro “mosaicismo cromosomico”, inserisce un crack, un cardine di senso che apre la riflessione con un fantoccio, del quale si vedono soltanto le gambe dietro ad una colonna, un'epifania che accende la visione, un'apparizione, anche se laterale, che illumina i precedenti movimenti e dona una nuova veste di pensiero al pezzo che adesso pulsa con maggior vigore. La giovane danza è viva, ha soltanto voglia di mostrarsi ad occhi nuovi.

Tommaso Chimenti 04/04/2019

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