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“Amleto al quadrato” di Timi: la folle risata che mette a nudo l’essere

L’esagerazione clownesca può dare frutti maturi e buoni perché la buona riuscita di uno spettacolo non è appannaggio esclusivamente di una lettura seria e drammatica. L’"Amleto al quadrato" di Filippo Timi, protagonista della pièce e direttore di se stesso, è un piccolo carnevale pop travestito da fiera della vanità al suo crepuscolo (degli uomini, non degli dèi). Chiuso in una gabbia che rappresenta la sua condizione di prigioniero del fato e delle trame di corte incastrato tra la volontà – chissà quanto sentita – di azione e la staticità prodotta dalla ruminazione del pensiero, l’Amleto di Timi è l’ultima disperata risata godereccia sul bordo della morte. Il principe di Danimarca si rivela per quello che è, un povero burattino infantile pieno di vuoto interiore e vittima delle circostanze che vive nell’ambiguità delle età della vita – ora figlio, ora uomo – e dell’identità, principe per diritto ereditario a cui non importa nulla della corona e omosessuale neppure troppo mascherato, col volto sbaffato di rossetto cremisi e l’ampia gonna da regina madre, che a Ofelia preferisce il fratello Laerte. Ma quest’ Amleto non è un grumo di nevrosi che gli danno le convulsioni sull’orlo del collasso, è anzi vita pura e insieme sedotta dal vizio e dall’invincibile impotenza degli uomini di fronte all’esistenza che sull’orlo di questo collasso sceglie di giocare con la corruzione e con l’innocenza.

La performance dell’attore e regista perugino è un alternarsi sincopato di movimenti veloci e altri lenti e solenni, di tecnica canora ora virtuosa ora dissacrante, che ne esalta le doti espressive, fisiche e vocali, in un salto continuo tra il ruolo del serio, addolorato nichilista vinto dal marcio in Danimarca e il bambino-folletto-dio Pan che si fa beffe della vita, della morte e del senso ultimo di tutte le cose facendo volteggiare ancora il lume della follia che è l’ultima scintilla di vita. E la musica stessa dello spettacolo segue questo ritmo spezzato e schizofrenico, tra canzonette leggere degli anni Settanta e dei solenni, funerei, movimenti di classica. L’Amleto alla seconda di Timi segue una costruzione drammaturgica che trova nell’attore e regista perugino il proprio fulcro, piuttosto che essere un rifacimento fedele, o ispirato, del testo scespiriano. L’Amleto principe danese non è altro che un trampolino di lancio per mettere a nudo, in tutti i sensi, l’io del Timi reale: i suoi pensieri, il suo orientamento sessuale, le sue parole, alcune volte profonde e in altri casi molto inclini alla risata facile e volatili. Così come quei palloncini neri che spiccano accanto al trono della follia e riempiono il palco, con il nastro della polizia che funge da cordicella: un elemento scenico che impregna la scena di una dimensione funerea.

Nel festival delle citazioni pop, il momento in cui Amleto/Timi gioca con il palloncino sembra riportarci alla memoria la scena madre de “il grande dittatore” di Charlie Chaplin, nel quale la follia nazista di Hitler si rovesciava nella parodia di un uomo matto e buffo che gioca con un pallone mappamondo. Solo in poche occasioni i costumi ci forniscono una dimensione temporale legata all’ “Amleto” originario, ma tutto ciò ha poca importanza ai fini di una messa in scena che tende al gioco, tra attori e pubblico e tra gli attori stessi, e che si trasforma in metateatro puro. La dimensione ludica si nota anche nella scena finale, con l’attore che esce fuori da una tenda e una porta tipicamente circensi. “Resta solo il silenzio” pronuncia una Marina Rocco/Marylin Monroe comicamente tragica in chiusura, ma questo, il silenzio, arriva dopo un’ora e mezza di spettacolo di risate e spunti di riflessione offerte al pubblico da un Filippo Timi mascherato da Amleto.

“Amleto al quadrato” di Filippo Timi è disponibile sul sito di RayPlay

Giuseppe Cambria
Lorenzo Cipolla

 

 

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