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"Amleto e sua moglie Ofelia": uno spettacolo “in lontananza” di Gabriele Linari

Se Ofelia fosse sopravvissuta all’abbraccio mortifero del corso d’acqua, non ne conserveremmo l'idea di quel suo esotico abbandono all’Hogsmill nel plein air di Millais. Ma se fosse stato proprio Amleto a sottrarla da una fine ricercata come estremo congedo dalla vita e dal ruolo che in essa ci si è trovati a jouer, forse ne avremmo visto una evoluzione ulteriore, dal ragazzo che idealmente leggeva il Montaigne contemporaneo di Shakespeare e andando persino oltre a quello che nel Novecento avrebbe brandito Kafka, Camus o Sartre.
Si sarebbe potuto riflettere di certo più distesamente su tutte le vite che hanno avuto i classici shakespeiriani dopo Shakespeare e su una del tutto inedita, che sarebbe dovuta andare in scena lo scorso cinque marzo al Teatro Spazio Uno di Roma. Ma che, invece, in un momento di tale fragilità nazionale, si è vista– in ottemperanza delle ultime disposizioni in materia di prevenzione della diffusione del virus- negata la possibilità di incontrare fisicamente il suo pubblico. Ai forti danni in materia di salute, si aggiunge la tristezza di sapere piccoli presidi culturali di frontiera e indipendenti, annaspare in ben altre acque. Ma è dovere porre l’accento su chi, come il Teatro Spazio Uno, ha dovuto sì chiudere le sue porte, ma non cancellare lo spettacolo, ch’è si è regolarmente svolto attraverso una diretta Facebook, inesorabilmente precario nel suo adattarsi, proprio come il tempo in cui viviamo.

amleto e sua moglie ofelia 5 8 marzo 2020 teatro studio uno loc

Amleto e sua moglie Ofelia, storico spettacolo della compagnia Labit (sulle scene dal 2003), scritto e diretto da Gabriele Linari, è l’ideale prosecuzione dell’Amleto di Shakespeare, o come sarebbero andate le cose se il nero principe di Danimarca fosse sopravvissuto, accanto all’archetipica donna del classico, alla strage di sangue consumatasi fra le mura del freddo castello di Elsinore. Freddo il castello di Elsinore ci rimane, e se ne rinvengono tutti i tratti di una passata carneficina. Ma all’aura algida e sepolcrale di un turno di guardia turbato da ombre sinistre dove tutto ebbe inizio, si sostituisce un unico e desolato interno, scandito più che da accenti duri e lapidei, dalla duttilità di un ligneo crocifisso appeso sul fondo. Elisa Carucci e Daniele Giuliani, rispettivamente Ofelia e suo marito Amleto, sono gli unici a popolare questo squarcio che ha tutta l’ambizione d’aspirare ad una capanna, pronta ad accogliere la santa trinità: lei, incinta, tocca ripetutamente il legno di quella croce, lo “ascolta” col tatto, pervasa da un inedito afflato di ottimismo provvidenzialistico e da un certo qual “sarcasmo gravidico”, col quale si rivolge al compagno che, invece, è sempre più mesto, ingobbito su un qualche libercolo, prosciugato dall’incessante lavorio della testa, e dalle domande di quello ch’è stato il primo uomo della modernità. “Something is rotten in the state of Denmark”, diceva la sentinella Marcello nel testo di Shakespeare, alludendo ad una carsica putrescenza in cui stagnava da tempo un mondo “vecchio”, del quale tanto Amleto quanto Ofelia facevano parte e che sarebbe stato spazzato via dall’arrivo di Fortebraccio, unico restauratore d’ordine possibile in una linea di sangue ormai macchiata dall’ignominia.
Sopravvivendo, resistendo, unendosi nell’amore che gli era stato negato nelle pagine del dramma, questi Amleto e Ofelia impediscono, non solo all’ordine di compiersi, a Fortebraccio di arrivare, ma escono dalla natura stessa di quei personaggi elisabettiani che, invece, tanto avevano nostalgia della scena. Così, quello “state of Denmark” diventa qui un “paese della cuccagna”, che, assieme ad altri innumerevoli rimandi, suggerisce un troppo facile paragone con un’altra storia che con la duttilità del legno e la (divina) creazione, intesse stretti legami.
Cogliamo i coniugi in una vera e propria tranche de vie, consumati dalla vita che hanno cercato ma che non gli appartiene di diritto, insieme, come non sono mai stati. Essi si trovano oggi, ancora una volta, impossibilitati a comprendersi, ma non per la distanza che Amleto frappose fra sé e gli altri quando prese a travestire persino il suo linguaggio, ma perché ognuno di loro comincia a cercare la spiegazione ad un vuoto in un senso ch’è opposto a quello dell’altro. “Io non sono mai sola”, dice più volte la Ofelia di Carucci, ora toccandosi il ventre, ora brandendo il crocifisso, ora pensando a suo marito, tentando disperatamente di fargli sostituire il suo Dio al di lui più laico Destino. C’è infatti una profonda assenza nel dramma di Shakespeare che nello spettacolo di Linari diventa il centro dei discorsi fra questi due stanchi sopravvissuti, e cioè quella dei padri: quello di Ofelia, il Polonio mellifluo e camaleontico, morto dietro l’arazzo per il furor del di lei amato, e quello, ovviamente, di Amleto, che perì per la doppia mano di Claudio e Gertrude. Ma mentre per Ofelia, ch’è stata strappata dal sonno eterno dal sopraggiungere di una quasi blasfema identificazione del suo compagno col divino, per l’Amleto di Giuliani, invece, i cui “occhi non ce la fanno più a vedere con semplicità”, la cosa è ben diversa. La nera rabbia di cui s’è vestito si ottempera in una reiterata ed esclusiva volontà di dare fuoco a quel castello che, non essendo più solidamente litico, brucerà di certo. Ma il castello è già vuoto, “ci siamo solo noi”, rimbecca Amleto alla moglie, rimestando in un’impasse dalla quale non sembra esserci uscita e scendendo sempre più, neanche troppo simbolicamente, nella terra, dove la sua anima ha lo stesso peso del teschio di Yorik.
La suprema domanda di Amleto, quella che prende forma al levarsi del canto macabro del becchino, da sempre è votata alla ricerca di una risposta per quella assordante e crudele assenza, domanda che fa di lui, non un pazzo, non un disilluso, non un depresso, ma semplicemente un uomo. Ma nemmeno avere accanto il contraltare di Ofelia, in uno stato che dovrebbe essere un inno alla vita, nemmeno l’attesa di poter essere quel padre, mistico o terreno che sia -del quale, finora, non s’è visto che il fantasma-, lo riscattano dalla gravità che lo conduce alla fossa. Forse perché, in fondo, neanche Ofelia sembra essersi davvero mai destata dal suo acquatico torpore, colta spesso dalla tosse e da apnee che ne frammentano il dialogo, e – restituito ad Amleto uno spazio per il monologo - sparita sul fondo per riscattarsi da una resurrezione in cui non ha mai creduto.

Gabriella Longo

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