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“Amleto” di CollettivO CineticO: l’incertezza di una conclusione, tra prigionia e libertà

Tre uomini corrono legati tra loro su un tracciato circolare al centro del palco, hanno il volto coperto da una maschera da scherma e il torso nudo. La corda che li collega crea sul cerchio a terra un triangolo sospeso, è subito evidente una costruzione figurativa che rimanda alla geometria. Questa è l’immagine iniziale di “Amleto” di CollettivO CineticO, andato in scena a Teatri di Vita (Bologna) lo scorso 23 marzo, nell’ambito della rassegna bolognese Ipercinetica.
Appena si entra in sala, col sipario chiuso, si avvertono i respiri e i passi dei performer in corsa, rumori che fanno percepire subito che qualcosa di strano sta per avvenire e presto ne scopriremo la natura.
Sì, perché l’"Amleto" del CollettivO - regia di Francesca Pennini e drammaturgia di Angelo Pedroni - è un gioco ambiguo, un talent buio, dove quattro uomini incappucciati con simpatiche buste di cartone, si sfidano in sketch e esibizioni per aggiudicarsi il ruolo del controverso personaggio shakespeariano.
Tutte le prove da eseguire sono dettate dalla regia con netta precisione, sarcasmo e un tocco di cinismo; la voce è di Francesca Pennini. Sulla scena le tre guardie dal volto sconosciuto dirigono i concorrenti sul palcoscenico: li spostano, li tirano, li indirizzano per il corretto svolgimento dei test, così come scritto. Sarà il pubblico, con l’intensità degli applausi, a determinare il vincitore. I concorrenti sembrano prigionieri, per loro stessa volontà, di un gioco malefico che non li lascia scappare. Ma ciò che affascina è che lo spettacolo si svolge per la prima volta: i candidati sono stati scelti dalla compagnia, ma non li hanno mai incontrati; hanno ricevuto istruzioni via mail e qui, a contatto con il pubblico, eseguono l’iter dello spettacolo. Ciò che accadrà è sconosciuto sia agli artisti, sia al pubblico sia ai concorrenti. La riuscita dello spettacolo è il vero mistero, ma anche la linfa che riempie le pieghe della narrazione: l’insicurezza e l’imprevedibilità del momento emozionano il concorrente, lo spingono a continuare, a entrare nel ruolo di attore, ad apprezzare il palcoscenico. Il pubblico ride, si diverte e partecipa alla diretta.
Le guardie sono costantemente legate a una molla, che li trascina violentemente indietro quando cercano di slanciarsi nei movimenti, una sfida delle potenzialità del corpo che ricorda “Dialoge”, la coreografia di Sasha Waltz, creata all’interno delle mura del MAXXI a Roma. Alla stessa fune è infine legato anche il vincitore, Amleto, costretto a rimanere in corsa perpetua insieme ai suoi “torturatori”.
La danza entra così nel corpo di un profano - per l’occasione un docente universitario cinquantenne – e lo trascina in una sorta di vortice dell’incertezza, sfruttando quell’egocentrismo intrinseco in ogni essere umano, una caratteristica che lo spettacolo esalta e denigra allo stesso tempo, mantenendo sempre il perfetto equilibrio tra goliardia e libertà espressiva degli interpreti.
La situazione surreale diventa a ben riflettere, tra una risata e l’altra, specchio di una realtà ancora più assurda di quella che si fa materia sul palcoscenico: la forza elastica è la stessa che ci rimbalza da una situazione all’altra, da una fortuna a una tragedia, dall’entusiasmo alla depressione, dal caso alla ragione, dall’ironia alla tristezza.

Silvia Mergiotti 05/04/2016

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