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Alla ricerca del quid che ci manca

BOLOGNA – Intrinsecamente il “Circa” è il quasi, il forse, il soffio, quella piccola mancanza, quel tot minimo, l'assenza che pare insignificante e che invece, a conti fatti, era essenziale, fondamentale, il pelo, il capello, la fessura, lo spazio minuto, il pezzetto infinitesimale, la rinuncia millimetrica, la distanza minima che rende eterno lo sforzo d'arrivare senza mai riuscire ad esultare, a toccare il bordo, il nastro, ad alzare il braccio per primo, a rifiatare, a riposarsi, a sorridere pienamente soddisfatti, in una continua tensione ad allungarsi, a stirarsi, in un movimento a deformarsi.
Circa che poi è anche “cerca” come moto perpetuo di ricerca, di tentativi e fallimenti, di scoperte e strade alternative, di non mollare, di investire tempo e risorse ed energie per scovare il nascosto, illuminare l'ombra, accendere la lampada di Diogene, tra esperimenti e nuove prove, rastrellare i dettagli e gli angoli, annusare, setacciare, correre senza mai fermarsi, senza posa, senza pausa, sempre all'erta, in allarme, in caccia.
Circa che poi qui, nello spettacolo creato dall'australiano Yaron Lifschitz, diventa inevitabilmente “Circo” che è attesa e altezza, sospensione e volteggio, è esercizio e viaggio e forza ma anche delicatezza sublime e roteare flessibile, è sobbalzare e restare in aria come piuma lanciata da un soffio, è abbandono e legge di gravità messa da parte, è pericolo e rischio, tenersi e spingersi, appigliarsi e agganciarsi, abbracciarsi e abbrancarsi, è fluttuare come delfini su onde d'ossigeno, è quell'equilibrio che l'uomo vanamente insegue con(tro) la Natura, è il combattere il vuoto spostando il proprio peso e pieno, gonfiando l'instabilità compressa dell'aria, modellandola, facendone nuvole e respiro. Che circa e cerca e circo, in fondo, possono essere racchiusi nella figura di Icaro, sognatore arrivato ad un passo, ad un quasi dal suo tutto, che cercava di valicare i limiti dell'uomo senza temere la caduta, già circo agli albori, in fieri, rigorosamente senza protezione, altrimenti la prova si deprime, si svuota.
E' la paura del non farcela il filo elettrico sul quale si esibisce l'atleta, lo stesso che fa stare sulle spine lo spettatore al quale sudano le mani, la bocca pian piano si spalanca, gli occhi non battono più le ciglia. Ma cos'è e come si può spiegare e raccontare questa ricerca del rischio personale, sulla propria pelle, da parte di chi fa circo, contemporaneo o classico che sia, di chi sfida le leggi fisiche, di chi mette a repentaglio, ogni sera ma anche in ogni allenamento, lungo, duro, estenuante, quotidiano, la propria incolumità? Cos'è questo desiderio di portarsi al limite, di sfidare le soglie, di abbattere i muri del consentito, di travalicare le possibilità di tendini, muscoli, nervi? Per chi è impegnato negli sport estremi, dallo sci freeride su pareti ripide al freeclimbing, al downhill dei biker fino al paracadutismo, il gesto è più con se stesso, come conquista e sfida interiore, e in piccola parte, soprattutto negli ultimi anni con l'avvento massiccio della tecnologia portatile, è ad uso dell'occhio esterno voyeuristico.
Nel movimento e compito circense invece, come in quello attoriale, il gesto è funzionale e finalizzato alla sua mostra e dimostrazione davanti ad un pubblico, per il ludibrio, l'intrattenimento, il passatempo di una platea. Ecco che, come gladiatori nell'arena, le evoluzioni, i salti mortali, le piramidi umane, l'equilibrismo spinto, i volteggi, le capriole, che hanno un grosso carico di potenziale pericolosità, vengono svolte ed attuate per un occhio esterno. Decade dunque il piacere ultimo della sfida con se stesso soppiantato dalla riproducibilità dell'azione, cercando quella perfezione (quel “Circa” appunto) per un applauso di meraviglia e apprezzamento. Il circense rischia la vita, vertebre, ernia, cervicale, muscoli, per gli occhi e l'immaginazione di chi sta seduto lì sotto, comodo, rilassato, soddisfatto.
E' per questo che gli acrobati circensi hanno in sé quel circa che ci fa fibrillare ed avere timore (a tratti anche sadismo) per loro, quel forse nella riuscita di quel particolare gesto provato milioni di volte ma che, eventualmente, fatalmente, occasionalmente, potrebbe non riuscire alla perfezione. E se per un attore sbagliare una battuta non significa terminare la propria carriera, per un atleta da palco quel rischio si pone ad ogni presa, in ogni slancio o passaggio. E' per questo che ammiriamo questi incoscienti Icaro, tutti devoti al loro Sole, che si immolano per riempire le nostre visioni di quelle forme scorrevoli e lucide che non saremmo mai riusciti fisicamente a riprodurre. Un lavoro senza certezze. Come la vita.

Visto all'Arena del Sole, Bologna, il 28 aprile 2016.

Tommaso Chimenti 29/04/2016

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