Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

“Alice”: una metafora onirica della nostra esistenza

“Alice nel paese delle meraviglie”, il celebre capolavoro di Luis Carroll, una delle favole più perturbanti, enigmatiche e affascinanti della storia della letteratura, si materializza in scena con Alice, saggio di diploma del corso di Regia dell’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Una versione onirica e rarefatta diretta dall’allieva Caterina Dazzi, nella riscrittura e adattamento drammaturgico di Giulia Bartolini.
Il tintinnante suono di uno xilofono ci introduce in una dimensione indefinita e fantasmagorica, in una dimora irreale, dove si muove Alice e il suo mondo. Appare piccola, fragile, divisa tra il buio e la luce, decisa a voler intraprendere questo suo percorso di crescita, a sfidare i suoi incessanti dubbi vitali.
La regia di Caterina Dazzi trasfigura il classico in un intimo percorso esistenziale, immerso in un reticolo che abbraccia l’assurdo per indagare la realtà interiore di ognuno di noi.
Un labirinto intricato, popolato da figure e personaggi strambi e surreali ( il Bruco,la Lepre Marzolina, il Coniglio Bianco, la Regina di Cuori, il Re di Cuori, il Cappellaio Matto), che confondono, ammaliano, incantano, portano a perdersi, eppure fanno crescere: il bambino che è dentro di noi, infatti, matura solo quando si perde, si abbandona, si lascia andare.
Le azioni sono frammentate, come i pensieri di Alice, e l’atmosfera è cristallizzata, il tempo si ferma, si annulla, facendo emergere la profonda e dilaniante consapevolezza di essere soli, sempre. La paura della solitudine si trasforma in abbandono, follia, violenza, ossessioni che si celano dietro maschere talvolta inquietanti. ALICE Dazzi 5
Alice è una tragedia dell’anima travestita con lustrini, magie, balocchi.
Una regia sui generis, studiata, che fa dell’approfondimento psicologico il suo punto di forza, parla per analogie e simbolismi, costruendo un’ impalcatura metaforica che parte da un classico per andare a scavare nella psicologia umana e definire condizioni e tematiche universali.
L’impianto drammaturgico fortemente in bilico tra sogno, incubo e dormiveglia, affascina e rapisce in un ipnotico gioco di specchi in cui perdersi, lasciarsi ammaliare,confondersi, smarrire la ragione e uscirne con nuove consapevolezze. Il tutto grazie anche all’interpretazione attenta e particolareggiata degli interpreti, a partire dal protagonista Michele Eburnea, un’Alice “maschile” che passa dalla prima alla terza persona, che sembra raccontare e raccontarsi , confusa, fragile, ma coraggiosa, circondata da altri misteriosi tredici personaggi resi da sette attori, abilissimi nel mimetizzarsi, trasformarsi, immergersi in questo vortice di follia e assurdità, sicuri di se, padroni della scena, di far fronte anche a improvvise difficoltà tecniche.
Tra deliri e visioni dilaga però il più crudo realismo. Alice è emblema di ognuno di noi, di quel bambino che si nasconde nella nostra anima, timoroso delle difficoltà della vita, della crescita, degli ostacoli che ci si pongono avanti, dei nemici, delle avversità, e allora si rifugia in quello che è il luogo più familiare, nella “casa”, in cui trovare calore, protezione.
Caterina Dazzi, dunque, tratteggia un viaggio grottesco e ipnotico, rivelando già una profonda maturità registica e stilistica, strizzando l’occhio alle atmosfere cinematografiche di Lynch e Tim Burton, intessendo una favola teatrale eternamente attuale, tra immaginazione, fantasia, teatro dell’assurdo e tanta cruda realtà. Una metafora delirante della nostra esistenza.

Maresa Palmacci 18-10-2019

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM