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Al Teatro Elfo Puccini in scena il traffico degli organi nel racconto di Manjula Padmanabhan

Se Shakespeare ne “Il mercante di Venezia” parlava di riscatto in termine di libbre di carne, in “Harvest, Quanto costa un uomo al chilo” Manjula Padmanabhan affronta il delicato tema della vendita degli organi attraverso un racconto che sa di favola cibernetica. In una dimensione spazio temporale non definita, Matteo Salimbeni dirige un racconto in cui al centro è il giovane Om Prakash, un abitante del terzo mondo, dove la gente ammassata in palazzoni abitati da 200 famiglie, ha sempre lo stomaco vuoto e i bagni sono in comune. In un mondo classista, dove ci sono abitanti di prima classe che vivono in abitazioni ariose e famiglie di seconda categoria che vivono di lavori mediamente redditizi, il giovane Om, un po’ per caso trova un impiego, che fin dalle prime battute, risulta strano e velato di mistero. Il suo unico impegno è quello di rimanere a casa ed accertarsi di godere sempre di ottima salute. La famiglia di Om è un nucleo di gente fragile. Om ha una madre possessiva, un fratello che si prostituisce indiscriminatamente con uomini e donne ed una moglie innamorata del fratello. Con l’avvento di un impiego per Om, la vita della famiglia sembra cambiare tenore: un’apparente ricchezza pervade la casa, gli elettrodomestici mettono piede nella loro abitazione, Om e la sua famiglia possono permettersi il lusso di avere un bagno in casa e farsi la doccia. Sarebbe troppo per essere vero e soprattutto perché lo stato delle cose potesse rimanere immutato. Una triste e sconfortante verità è quella che si nasconde dietro tanto benessere. Novello Faust, Om ha barattato il suo stipendio con il suo stesso corpo, la sua stessa vita, firmando un patto-contratto con il diavolo-organizzazione che tratta la vendita di organi. A pagare il prezzo più alto alla fine sarà il fratello ribelle di Om. Mantenersi sani ed in forma ha solo uno scopo ovvero mettere in vendita organi forti e vigorosi ad un Occidente ricco. C’è da chiedersi chi permette uno scempio del genere? Si cercano corpi di giovani uomini per seminare figli nei corpi di giovani donne. L’inganno delle Organizzazioni che mercificano il traffico degli organi, sta nell’affermare di voler aiutare i Paesi poveri acquistando corpi freschi. Il denaro in cambio di vite umane. La ricchezza per sopperire alla fame. Per chi subisce allora tale scempio, il suicidio rimane l’unica via di fuga. Ma forse come canta Judy Garland in “Somewhere over the rainbow”, da qualche parte sopra l'arcobaleno, molto, molto in alto c’è un paese in cui i cieli sono blu e i sogni che osi sognare, diventano realtà per davvero. Forse un giorno anche gli abitanti di questi Paesi poveri potranno esprimere un desiderio e svegliarsi in un posto dove avranno lasciato le nuvole lontane alle loro spalle, un posto dove i problemi si sciolgono come gocce di limone. E’ forse un delitto credere in un mondo migliore? O sperare che il corso delle cose possa mutare in meglio? O forse dovremmo considerare un delitto l’illusione di fantomatiche ricchezze, creata dalle Organizzazioni invischiate nel traffico illecito di organi? Molto bravi i cinque protagonisti (Cecilia Campani, Giacomo Marettelli Priorelli, Michele Mariniello, Beppe Salmetti e Carla Stara) di questa tragica storia, proiezione di quanto succede in certi Paesi del Terzo Mondo, come l’India in cui le condizioni di vita della popolazione sono sconcertanti. Uno spettacolo che nasce da un testo di denuncia, quello di Manjula Padmanabhan che a fine anni ’90 ha trovato il coraggio di raccontare il commercio degli organi attraverso la descrizione autentica di un contesto sociale disastrosamente povero. Uno spettacolo spietato che non fa sconti nel mettere in scena una storia nuda e cruda. Tutto è tragicamente vero e tragicamente si perpetua.

Adele Labbate 28/04/2016

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