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Al Piccolo Teatro Strehler il sipario si macchia di sangue con il “Macbeth” di Branciaroli

Folla di studenti alla Prima milanese del “Macbeth” di Shakespeare diretto e interpretato da Franco Branciaroli (classe 1947) che al Piccolo è oramai di casa. “Macbeth” è tra i più conosciuti e brevi drammi tragici di Shakespeare sulla sanguinosa ascesa del protagonista al trono di Scozia. Sovente rappresentato e riadattato, è diventato modello della brama di potere e dei suoi pericoli.
Lo spettacolo che rispetta in maniera puntuale il testo, l’unità spazio-temporale e il contesto storico, restituisce al pubblico un’opera nel suo antico splendore. Il regista utilizza tutti gli elementi tipici del Teatro Elisabettiano: veste uomini da mach1donne, usufruisce di suoni e luci alla maniera artigianale del ‘600, chiude ogni scena facendo calare il sipario. Ma sopra ogni cosa, Branciaroli, nella traduzione della tragedia shakespeariana per mano di Agostino Lombardo, cerca di rimanere il più possibile fedele alla sceneggiatura originaria al punto da far recitare in lingua inglese le battute iniziali del proemio al coro costituito da tre figure dalle teste di bestia. A tal proposito, durante la rappresentazione, anche altri personaggi “bestiali” come Lady Macbeth, declameranno alcuni passaggi in lingua originale. Una scelta da apprezzare perché tenta di recuperare e trasmettere la dolorosa ferocia dei personaggi anche dal suono delle parole. E in un’epoca come la nostra, che valore dare ad una messa in scena, che vista con gli occhi di oggi, potrebbe apparire anacronistica? Che motivo ha Branciaroli di tenere strettamente recintata la tragedia al periodo storico (il Medioevo) in cui venne concepita? Probabilmente la scelta registica è dettata dalla volontà di dimostrare che la malvagità e la sete di sangue e potere, a distanza di secoli, è rimasta immutata. Dal male gli uomini traggono la forza e il sangue chiama sangue. Dice bene Macbeth quando parla a proposito degli uomini. Essi appartengono tutti al catalogo – elenco dell’umanità, ma è il valore che li distingue gli uni dagli altri nei secoli. Forse, come canta il protagonista nel suo vaneggiamento, bisognerebbe vedere l’”urina” di un Paese per essere in grado di trovarne la purga sanificatrice. L’uomo così disumanizzato, non ricorda più il sapore della paura tanto che l’orrore non lo fa più sussultare. Da qui ne deriva la miriade di assassinii. Forse che la vita sia la storia raccontata da un idiota che non significa niente?
mach2Questo testo della letteratura inglese, riproposto in una chiave che potremmo definire “purista” è di forte impatto visivo e morale. Verrebbe da chiedersi se forse c’è onore in chi fugge laddove non c’è più misericordia. Come la citazione iniziale: forse il bello è brutto ed il brutto è bello? In questa sconvolgente visione alla rovescia del mondo e dell’individuo, lo spettatore si sente tirato in causa e stimolato a riflettere sull’aspetto paradossale dell’animo umano capace di vedere nella vendetta e nell’usurpazione, la giusta scia da seguire, perché l’unica a condurci verso il potere. Quella di “Macbeth” è una grande lezione di vita. Sbattere in faccia al pubblico il riflesso di quello che si può diventare, è coraggioso, ma pericoloso. Due sono le conseguenze che possono scaturire: suscitare orrore per la crudeltà o emulare la malvagità. Una cosa è certa: a distanza di 400 anni dalla morte dell’autore inglese, “Macbeth”, la tragedia delle tragedie sul male e sul modo in cui esso viene esercitato dall’uomo, dimostra come la violazione delle leggi morali e naturali, genera confusione e dissemina distruzione. Macbeth alla fine è un personaggio che fa pure pena, perché a pensarci bene si sporca le mani di sangue perché ha paura della vita. Non sapendola affrontare, ecco che in lui subentra la solitudine e a seguire, la totale assenza della ragione. Macbeth si rivelerà un vinto, la sua esistenza si manifesterà assurda e priva di senso, afflitta da inutili occupazioni che gli sono costate care, prima con il tradimento dell’amicizia nutrita nei confronti di Banquo e poi con il suicidio della moglie. Che vale dunque l’ambizione a tutti i costi?

Adele Labbate 19/10/2016

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