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Abbiati-Capuano non placano la “Fame” teatrale

Potremmo prendere la mia vecchia recensione su “Pasticceri”, storico cult da centinaia di repliche del duo Leonardo Capuano – Roberto Abbiati, e fare qui copia e incolla. Ma non sono il tipo da facili giochi di prestigio né da alchimie spicciole, né da semplici giri di parole. Farò come il Bartleby di Melville: ecco “preferirei di no”. Avrei preferito di no, diciamo. Preferisco l'Abbiati occhi sgranati da cameo cinematografico stralunato o l'artista artigiano tra legno e oggetti dipinti o ancora quello trasognante e infantile (attenzione: è un complimento!) del delicatissimo “Una tazza di mare in tempesta”. E preferisco il Capuano tragico dostoevskiano, drammatico fin dentro ogni nervo scoperto e poro aperto, dentro ogni bulbo di capello rasato e ogni stilla di sudore acido.
La coerenza è un valore: sottolineo e sottoscrivo ciò che scrissi per “Pasticceri”. E forse rimango tra i pochi a pensarla così. La massa premierà (giustamente o meno, lo sbigliettamento segue logiche da stormo degli uccelli: assolutamente imprevedibile) questo “Fame. Ma chi è Pasquale?”, che però difetta nella sua partitura drammaturgica, nella sua intima costruzione, che risente troppo del tavolino da una parte, e dall'altra di un'improvvisazione scenica che molto si fida e concede al mestiere e si appoggia e si adagia su ciò che i due sanno già fare di base. Ecco non sperimenta, non rischia, non lancia il cuore oltre l'ostacolo, non si libra, non salta, ma s'acquatta, s'acquieta, si adagia sugli allori di un pubblico (quello di Armunia, Castiglioncello) che li conosce a menadito, che li ha adottati. In qualche modo alcune gag o quadri scivolano stanchi, altri vengono riacciuffati, altri tirati sfibrati: un occhio registico (c'è una regia?) esterno non avrebbe fatto altro che bene.
Insieme non mi sono mai sembrati questo duo comico (perché appena ci sono due attori in scena subito scatta l'assurdo, rimando vagamente insistito a Beckett?, Il “nostro” Pasquale sa tanto dello stantio al sapore di Godot) strabiliante e folgorante. Salviamo il quadro del secchio dove urlarci dentro, quasi il “chiamare l'ascensore” per l'Inferno, porta per un altro mondo, un'altra dimensione parallela, altrettanto surreale. Tanti, troppi oggetti entrano a saturare, nell'intento di aiutare il (non)senso generale, a cavalcare il drago timido della risata, che a tratti scatta pure nelle citazioni-autoplagio dei loro spettacoli precedenti (il gancio può funzionare al Castello Pasquini dove i due sono semidei, ma altrove?), quasi fosse un resoconto carrieristico, un quaderno delle imprese precedenti, un riassunto delle puntate perse; alla fine si rimane con un pugno di mosche e ali a sbatter, cercando una boccata d'aria, una via d'uscita.

Tommaso Chimenti 16/11/2015

Recensione "Pasticceri": www.scanner.it/live/pasticceri3547.php

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