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“456”, l’equilibrio instabile di Mattia Torre

Un mondo pericoloso racchiuso in tre numeri lapidari: “456”. In scena fino al 12 febbraio al teatro Ambra Jovinelli, lo spettacolo chiude la monografia dedicata a Mattia Torre, tra gli autori e registi italiani più apprezzati del momento, dopo “Migliore” e “Qui e Ora”. Dalla pièce sono tratti il sequel televisivo omonimo andato in onda su La7 all’interno di “The show must go off” di Serena Dandini e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”, edito da Dalai.
Un atto unico dalla drammaturgia ben costruita. La scenografia è beffardamente caravaggesca tanto da evocare un’irrealizzabile “Vocazione di San Matteo”. La cucina dalla tavola imbandita è una triste natura morta, monito della456 cupa atmosfera che aleggia nella casa sperduta in una valle. Un cucù scandisce il tempo che passa, mentre in pentola bolle, da ben quattro anni, il «sugo perpetuo» della nonna ormai morta. Un inginocchiatoio è rivolto verso il pubblico che assiste a una violenta lotta di sopravvivenza e ascolta le confessioni dei protagonisti: un padre (Massimo De Lorenzo), una madre (Cristina Pellegrino) e un figlio (Carlo De Ruggieri). I personaggi quasi automatizzati (entrano dalla platea ed escono restando sempre sul palcoscenico, come fossero congelati e scongelati a piacimento) raccontano la loro storia, buffa e cruda insieme.
Torre mette in scena la potente arma della parola: l’invenzione di un nuovo dialetto, una commistione di campano, salentino, siciliano e latino maccheronico, diverte lo spettatore. Le deformazioni della lingua danno vita a infiniti siparietti tragicomici e a battibecchi di un nucleo familiare ormai deteriorato, generando risate continue. È un teatro fatto di comicità viva, con personaggi ironici e tragici, freddi e nevrotici, ognuno con la propria psicotica ossessione: la madre logorroica vuole indietro la sua tiella; il figlio insoddisfatto, dall’improbabile età di diciannove anni, smette di fumare sognando ancora pacchetti di sigarette; il padre pensa a un futuro che puzza di morte.
Una famiglia che finisce per incarnare e incoraggiare i valori vuoti di un’Italia imbarbarita e precaria, ridotta a contenitore di tradizioni arrugginite e arretratezza culturale. Un nido (che ricorda quello del cuculo di Forman) testimone di autentici pazzi ostili, impauriti e esasperati, sospesi in una realtà asfissiante, in un costante limbo anaffettivo, in perenne contrasto con se stessi e con l’altro. Un ospite tanto atteso (Michele Nani) sembra allentare questo clima grottesco di odio ma l’assenza di sua moglie, «la francese» misteriosa, per contrapposizione, alimenta il conflitto. All’improvviso la commedia degenera in tragedia: «in questo paese l’unica cosa a cui puoi ambire è la morte». Nel caos più totale, l’analisi lucida, cinica e pungente di Mattia Torre punta seriamente i riflettori su una società disgregata. Sulla quale cala dolorosamente il sipario.

Silvia Lamia 10/02/2017

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