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“La scuola” di Luchetti, un labirinto immutato di stereotipi

«Cardini corre su e giù per la classe facendo la mosca». Queste le parole del professor Mortillaro. Qualcuno si chiede se gli alunni siano bestie mentre altri trovano una visione poetica nei comportamenti fuori dalla norma. Ma cosa succede veramente nel microcosmo “scuola”? Domenico Starnone aveva provato tanti anni fa a raccontarlo nei suoi libri.
Da qui è partito Daniele Luchetti che nel 1995 ha dato vita al lungometraggio “La scuola”, divenuto poi spettacolo teatrale nel 2014.
In un excursus temporale consistente, la drammaturgia ha dovuto fare i conti con i nuovi assetti - venti anni rappresentano in molti casi un mondo nuovo - tentando di rimanere in piedi, non risultando anacronistica o estemporanea.
Luchetti è andato oltre, lavorando sapientemente con elementi privi di tempo, le dinamiche umane, per una scrittura unitaria e lineare in grado di connettere tutti i personaggi tra loro.  Un fil rouge che segue un racconto composito di precise entrate-uscite pronte a rafforzare i concetti e i profili parte dell’universo rappresentato. 1574261050317_2048x1152.jpg
La precarietà e l’estrema burocrazia sono il traino delle frustrazioni dei professori stanchi, demotivati e poco appassionati, proprio come gli alunni che loro stessi descrivono.
Archetipi e cliché per una prima parte in cui impariamo a conoscere un luogo senza tempo e i suoi abitanti, ora presentato come una grande orchestra dove ognuno, nel bene e nel male, rispetta la sua partitura.
Una religiosa esecuzione del testo in cui è assente una reale mutazione o sviluppo: è tutto lì nell’assurda sala professori - la palestra malandata - dove nessuno è disposto ad aprire lo sguardo.
La voluta staticità dei personaggi è l’immobilità del sistema-contesto scuola. Ma il regista dà vigore alla messa in scena servendosi della farsa e dell’equivoco, colonne portanti della commedia napoletana: elementi necessari a ritmare i tempi dialogici di uno spettacolo facile preda degli stilemi.
La narrazione si snoda in una scena simile ad un circo dismesso, dove tutto tace e più nulla serve. L’ambientazione fissa è il campo di battaglia che ben rappresenta la monotonia dei cambi d’ora o i reiterati consigli di classe.  Sono luoghi sempre uguali che “imprigionano” fisicamente e mentalmente i professori, ormai privi di qualsiasi fiducia negli studenti e stima nei colleghi.
Dopotutto «La scuola italiana funziona solo con chi non ne ha bisogno» a prescindere da chi impara o insegna. Nel microcosmo delle avversità ci si sente tutti una grande famiglia.
Il rapporto fra alunni e professori diviene libero scambio di idee, fondamenta del futuro delle giovani generazioni, ma le relazioni fra i docenti danno l’esatta contezza della complessità del sistema, ironica metafora dei rapporti fra personaggi stereotipati e atteggiamenti autentici.

La scuola mette in scena le tipologie più comuni che riconosciamo nelle storie raccontate dagli amici: la prof.ssa Baccalauro di ragioneria (Marina Massironi) dubbiosa e incerta sulle valutazioni, il prof. Cozzolino (Silvio Orlando) comprensivo e accondiscendente docente di italiano, il prof. Mattozzi di religione (Vittorio Ciorcalo) impiccione con la scusa della confessione, il prof. Mortillaro di francese (Roberto Nobile) incompreso poeta del corpo docenti e ancora il prof. Cirrotta di impiantistica (Antonio Petrocelli) viscido provolone che ama il posto fisso, la prof.ssa Alinovi di storia dell’arte (Maria Laura Rondanini) precisina dalla lingua biforcuta e il preside bonaccione (Roberto Citran) che tenta di imporre la sua autorità senza essere credibile. I personaggi presentano se stessi attraverso dialoghi estremamente ironici, scandendo un ritmo ben calibrato fra sarcasmo e riflessioni, elementi fondanti della messa in scena. Le conversazioni nell’aula professori, oggetto di fantasticherie studentesche, e il consiglio di classe conclusivo dell’anno scolastico manifeLa-scuola__phSaramagni.jpgstano le debolezze di una categoria verso la quale l’opinione pubblica non mostra alcuna gratitudine, lavoratori della cultura costretti a subire soprusi di ogni sorta da parte di studenti scalmanati, ma la storia non è sempre quella. Gli studenti non sono soltanto nomi di un elenco o risultati di medie aritmetiche, sono soprattutto menti da educare in modo conscio e autorevole, senza giudizi scontati o approssimativi. «Una cosa è sei e una è sei meno meno, voglio che sia messo a verbale». Gli scrutini messi in scena sembrano dunque strategie di sussistenza: il giudizio globale racchiude il valore di un ragazzo che scopre se stesso, che plasma la sua identità per emulazione e che pretende di essere riconosciuto nella totale integrità della sua giovinezza. «Il metodo è partire da quello che gli studenti sanno fare bene» attuando un approccio libero da pregiudizi e ricco di possibilità, ma non tutti i docenti sono d’accordo e allora il cinque e mezzo diventa sei per il figlio del professore ma non per Cardini, studente irrecuperabile della IV D che nella vita può solo coltivare la terra, «andare a zappare». Non compare mai sulla scena eppure il pubblico lo conosce bene. Alle interrogazioni, lui preferisce fare la mosca, spiega le braccia e simula il ronzio correndo fra i banchi e alcuni professori non comprendono il significato di un gesto che vale molto più di un verso imparato a memoria. Cardini vuole volare, ma si sente come un moscone prigioniero in una stanza dalle finestre chiuse. «Prof. non sopporto di essere così bestia. Liberami ti prego. Ho un mostro dentro, salvami».
E allora le relazioni amorose fra i docenti, le azioni maligne dei colleghi e le gite scolastiche impossibili dove accade l’impensabile, non sono poi così importanti. Quel grido d’aiuto merita d’essere ascoltato persino in tempi come questo, in cui la didattica a distanza può essere una valida fucina di opportunità.

Laura Rondinella, Arianna Sacchinelli

 

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