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Teatro

“Édith Piaf. L’usignolo non canta più”, al Teatro della Cometa di Roma fino al 3 febbraio
L’assenza del tempo è battuta da un orologio senza lancette. Non scandisce nulla, salvo l’attesa. L’appartamento del passerotto galleggia, fermo in un momento imprecisato. I medicinali le hanno chiazzato la testa, l’alcol le ha gonfiato il viso, l’artrite le ha deformato le mani leggere. Le stesse mani che muoveva sul palco come piccole ali: il passerotto non canta più. Édith Piaf, l’usignolo di Francia, è sepolta viva nell’appartamento che chiama sepolcro. “Édith Piaf. L’usignolo non canta più”, al Teatro della Cometa fino al 3 febbraio, è una cartolina dei mesi che precedettero la storica esibizione di Édith Piaf all’Olympia, nl…
"La tragedia del vendicatore": la natura umana secondo Middleton e Donnellan
Che differenza c’è tra una corte del’600 e una qualsiasi spregiudicata famiglia di potere di oggi?Una differenza sottile, che il regista inglese Declan Donnellan supera, dirigendo la produzione italiana de “La tragedia del vendicatore" di Thomas Middleton, in scena al Teatro Argentina fino al 3 febbraio, nella versione italiana di Stefano Massini.Tra i personaggi, tutti “omen, nomen” di sé stessi (Vindice, Castiza, Spurio, Lussuriosa…), è proprio Vindice (Fausto Cabra) che dà impulso all’azione: è lui che, disperato ed esaltato, presenta al pubblico l’insana famiglia del Duca, che appare sul palcoscenico in un’ipocrita processione per ricevere l’eucarestia, mentre lui ne recita,…
Atto II
NAPOLI – Dei tormenti dell’animo, di volontà fragili, di sogni infranti e speranze perdute, di debolezze umane e destini infelici, di amori non ricambiati e progetti falliti: di tutto questo scrive Čechov ne Il gabbiano, pietra miliare della drammaturgia di fine Ottocento, faro a cui noti registi hanno rivolto a più riprese l’attenzione, confrontandosi col classico nel tentativo di porre nuovamente in risalto il significato originario dell’opera e, al di là della sua valenza storica, aprire un varco di riflessione sulla fatica del vivere con le ali spezzate. Questa pièce costituisce senza dubbio un documento testimoniale della società di transizione,…
"Il venditore di sigari": dialogo sull'identità tra Terra Santa e SS
MILANO – “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.” (Hannah Arendt).Il fumo del sigaro produce spesse e compatte volute nebbiose dove perdersi, dove nascondersi. Nel fumo si possono celare le reali intenzioni, il passato non così esplicito e lampante, le convinzioni vacillanti. E' una partita a scacchi quella che si gioca, furiosamente e dialetticamente, all'interno di questo negozio (ricorda quelli descritti da Philip Roth per rimanere in tema ebraico) tra “Il venditore di sigari” (produzione Manifatture Teatrali Milanesi) e un compratore, il cliente abituale e abitudinario. Potrebbero essere le due figure losche…
“Serrature”: al Rifredi di Firenze il nuovo spettacolo di Alessandro Riccio
Tutte le persone, nella vita, hanno bisogno di avere dei punti di riferimento. Come il marinaio, anche l’uomo ha bisogno della luce del faro per non commettere errori di rotta ed essere certo di imboccare la via giusta. Ma cosa succede se all’improvviso quella luce si spenge e non riusciamo più a capire in che direzione dobbiamo andare? Dobbiamo sentirci falliti, sbagliati, delusi se questo avviene? No, ed è proprio la natura umana a insegnarci che non c’è niente di male a sbagliare, a cadere, a perdersi quando l’obiettivo che vogliamo raggiungere è la costruzione di noi stessi. È un po’…
I "Gesti" di Alberto Severi: familiari, nostalgici, caldi
BIENTINA – Se ci avesse creduto un po' di più qualche anno fa, se avesse puntato (e avrebbe avuto tutte le carte in regola) sulla drammaturgia e sull'attorialità, oggi Alberto Severi sarebbe conosciuto e riconosciuto a livello italiano. Ha trasformato in oro tutto quello che ha toccato: giornalismo, scrittura di prosa come di scena, palco in veste di monologhista, addirittura vignettista. Ha capacità e si mette in gioco costantemente ma rimane in lui quel velo di malinconia per non aver spinto sull'acceleratore, per non essersi giocato gli assi nella manica, per non aver colto al volo possibilità, potenzialità e occasioni,…
L’Aminta di Antonio Latella è una poesia rock sulle metamorfosi dell’amore
ROMA – Un faro mobile a luce calda che ruota lento su un binario circolare di colore giallo disegna il perimetro entro cui si dipanano i fili di un intreccio pastorale retto per intero sull’uso variato della parola: poetica, disturbante, evocativa. Agli occhi di qualcuno potrebbe sembrare un’autentica follia mettere in scena un classico della poesia teatrale (concepito nella primavera del 1573, in piena epoca di Controriforma, per la corte ferrarese degli Estensi), e della nostra letteratura tout court, usandone lo stesso linguaggio: ebbene l’allestimento di Aminta, favola boschereccia del Tasso, nelle mani di Antonio Latella (in scena al Teatro India),…

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