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Trittico di danza contemporanea al Teatro dell'Opera di Roma: Kylián, Inger, Forsythe

"Una serata che tutto il mondo ci invidia" afferma Eleonora Abbagnato, direttrice del Corpo di Ballo del Teatro dell'Opera di Roma, durante la conferenza stampa di presentazione del trittico di danza in scena dal 15 al 21 marzo. Operazione ardita, ma non insolita per l'Abbagnato: vengono presentate tre coreografie ideate da tre luminari della danza contemporanea, Kylián, Inger, Forsythe per la prima volta sulla scena del Costanzi.

Il golfo mistico deserto (su richiesta esplicita dei coreografi perché i tempi della musica siano precisi - complice anche una tournée dell'orchestra in Oman), il sincrono incerto, i problemi tecnici, le interruzioni: l'anteprima giovani (14 marzo) riserva una fredda accoglienza. Vuoi i disguidi, vuoi la novità della proposta, il trittico non è sinonimo di successo garantito. Rischio valido anche per première e repliche. Il pubblico papalino è pronto a vedere in scena, esplicita e potente, la seduzione dei corpi? Pur con declinazioni diverse, il fil rouge delle tre proposte è individuabile proprio nel rapporto di coppia, dalla fase esplorativa del corteggiamento, fino all'erotismo, alla lotta, al rifiuto, alla conciliazione. Dal punto di vista tecnico, invece, lo scenario è quello della danza neoclassica che recupera le convenzioni del balletto e si appropria delle sperimentazioni novecentesche di modern, espressionismo, teatro-danza per reinventarne il linguaggio, sfruttare tutta la fisicità del ballerino, ragionare su linea, precisione e principi grammaticali del balletto classico. Kylián e Inger lo fanno senza perdere completamente di vista la componente narrativa e rappresentativa della realtà, mentre Forsythe mantiene un tasso di astrazione alta e algida.IMG_0093.jpg

"Petite mort" apre il trittico. Sulla base dell'Adagio e dell'Andante dei concerti per pianoforte KV 488 e 467 di Mozart, il coreografo Jiří Kylián, praghese di nascita ma olandese d'adozione, crea nel 1991 un piccolo cammeo della durata di 17 minuti per celebrare, con la danza, il bicentenario dalla morte dell'enfant prodige. Linea minimalista, circolarità e musicalità: questi i segni caratteristici del suo tratto coreografico individuati da Cora Bos-Kroese, coreografa ripetitrice già parte dell'organico della prima rappresentazione. Istruisce i ballerini del teatro romano lavorando sulla fiducia, perché sprigionino, e non trattengano, l'energia. Le suggestioni alla base della composizione di Kylián riguardano le tensioni uomo-donna, come dichiarato esplicitamente dal titolo (orgasmo in francese): i fioretti utilizzati dalle sei coppie di ballerini, il drappo nero, i costumi color carne che simulano la nudità, i movimenti e le pose (come i divaricamenti di braccia e gambe a simulare un abbraccio) ne sono chiaro richiamo. La performance inizia senza musica, con un sincrono maschile non perfettamente riuscito, ma l'esecuzione migliora nei pas des deux e all'arrivo dell'accompagnamento musicale.

IMG_0092.jpgLa seconda coreografia, "Walking Mad", ideata da Johan Inger e ripresa dal fratello Karl, nasce nel 2001. Pur svedesi di origini, lavorano al Nederlands Dans Theater dove entrano in contatto con Kylián. Ulteriore punto di contatto che, insieme ai rapporti uomo-donna, costituisce il minimo comun denominatore dei pezzi eseguiti nella prima parte della serata. Gli ingredienti: nove interpreti, un muro pieghevole multiuso, le note dell'intramontabile "Bolero" di Ravel e quelle (meno travolgenti) del piano minimalista di Arvo Pärt. E i cappelli: le bombette nere alla Charlie Chaplin e i coni rossi di un Pinocchio, capaci di ricreare ambientazione primo Novecento e atmosfera ludica. Nella serie di corse e rincorse, salti, distensioni, oscillazioni di bacino, i cappelli conferiscono il colore emotivo e storico, rendendo possibile leggere nella coreografia non solo i tre stadi diversi della vita di una donna (curiosità, delusione, rappacificazione), ma anche gli eccessi orgiastici di una festa da vero e proprio paese dei balocchi per adulti. Fino al clima di desolazione sospesa della musica di Pärt, dove un campo di battaglia all'indomani dello scontro sembra delinearsi agli occhi del pubblico dopo l'incalzare delle percussioni e dei fiati del "Bolero": i vestiti abbandonati e disordinati a terra assomigliano tragicamente ai corpi dimenticati dei caduti. Il muro completa la scenografia e la coreografia: si muove, si abbassa, si rialza, si apre, separa, unisce, isola. Parte integrante dei movimenti di scena, è un'estensione del pavimento con il quale il peso dei danzatori è chiamato a misurarsi. È anche portatore di una simbologia sociale e politica forte, al punto che si potrebbe riscrivere la storia del Novecento ripercorrendo l'innalzamento - o l'abbattimento - di muri e barriere.1. Petite Mort di Jiří Kyiián © Daisy Komen.jpg

"Artifact Suite", infine, musica di Bach ("Ciaccona 1004") e Eva Crossmann-Hecht. Tornano le punte con la coreografia del neoclassico William Forsythe, ideata nel 1984 per il Ballet Frankfurt e ripresa da Noah Gelber, Stefanie Arndt, Amy Raymond, Allison Brown. Il livello di definizione formale è estremo, le linee spigolose, la precisione chirurgica. È la danza stessa che assurge a oggetto artistico e nucleo tematico della rappresentazione, ormai autosufficiente e svincolata da esigenze di naturalismo. Coreografie di coppie e coreografie corali, diagonali, e serpentine, torsioni, estensioni verso l'alto: è la danza stessa che si offre allo sguardo del pubblico. Come in una parata, sfilano i fondamenti della tecnica. E si complicano, in concatenazioni e combinazioni virtuosistiche che mettono alla prova senza sosta i limiti del corpo.

Gli interpreti sono tutti membri del corpo di ballo del Costanzi, a cominciare dall'étoile Alessandra Amato, al suo ritorno sulle scene dopo la maternità, e dai primi ballerini Susanna Salvi, Claudio Cocino e Alessio Rezza. L'obiettivo di Eleonora Abbagnato si rivela ancora una volta didattico, in un percorso di formazione tanto del gusto del pubblico, educato passo passo al contemporaneo, quanto dei ballerini romani, giovani e dinamici, ai quali viene data la possibilità di crescere e di confrontarsi con stili diversi, metodi diversi, coreografi diversi del panorama internazionale e della storia recente della danza.

Alessandra Pratesi 15/03/2018

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